Portatori di pace
Intervallo. Salotti diplomatici internazionali. Ritiro truppe dall’Iraq, conferenza internazionale per l’Afghanistan, indipendenza del Kosovo.
Intervallo. Sud del Libano. Popolazione. Migliaia di bombe inesplose sono ancora nascoste nei campi. Ne rendono impossibile la coltivazione e rubano le vite di bambini che giocano attratti da questi oggetti luccicanti. La gente fatica a rimettersi in cammino, ricominciare da zero, ricostruire, l’uranio impoverito, le bombe al fosforo. Sembra che almeno l’arrivo delle truppe internazionali abbia portato una ventata di prosperità. Comincia il business, servono traduttori, servono autisti, servono ristoranti, servono bar. Un traduttore si dice che guadagni 1200$ al mese, mentre una guida 800$. Nessuno si lamenta più dei soldati ghanesi o dei pachistani che non spendevano mai una lira. Ora ci sono italiani, francesi, spagnoli. Tagliatelle, Brie, Tortilla. A volontà.
Intervallo. Sud del Libano. Inverno alle porte. Forze internazionali d’interposizione. Italiani. Hariss è un paesino del sud del Libano, nel comprensorio di Bint Jbeil. Questa zona è uscita annichilita dalla guerra estiva. Interi villaggi sono ridotti in macerie e qualche famiglia è ancora costretta a vivere in improvvisati accampamenti. La scorsa settimana sembra che otto militari italiani, appartenenti alle forze di pace, siano entrati in un negozio di questa cittadina, e con un’azione congiunta, dividendosi in tre gruppi, abbiano derubato il negoziante di 300$ di merce, perlopiù attrezzature militari. Il primo gruppo distraeva il negoziante, il secondo cercava di focalizzarne l’attenzione, mentre il terzo agiva nelle retrovie facendo manbassa. Tecniche apprese nella guerra al terrorismo in Afghanistan o in Iraq. Il negoziante se ne accorge. Arriva la polizia libanese. Investigazione. Un caso isolato. Si dice che ogni soldato guadagni 3000$ al mese per partecipare alla missione di pace. Annoiati.
Intervallo. Beirut. Notte inoltrata. Forze internazionali d’interposizione. Francesi. La scorsa settimana, tre giovani imberbi mi si avvicinano in mezzo alla strada. Spaesati dalle strade deserte mi chiedono, in perfetto inglese, se parlo francese. Ok, è inevitabile, sono francesi. Mi chiedono se conosco un “sex-bar” nella zona. Mmm. Uno in particolare o uno qualunque? Uno qualunque. Seguite quella strada ragazzi, in fondo a sinistra, e poi a destra avanti duecento metri. Ecco lì ci sono i più squallidi super night club della città. Mi salutano “militarmente”. Ok. La domanda sarà cresciuta dopo l’arrivo delle forze di pace. Il business della prostituzione sarà alle stelle. Russia, Europa dell’Est, Africa. Me le immagino all’aeroporto, come al solito, aspettando il visto in fila ad uno sportello apposito. Venti, trenta alla volta. Normalmente arrivano per la stagione estiva, per “soddisfare” i sauditi in vacanza libertina in Libano. Stagione invernale. Peacekeepers. Afghanistan, Iraq, Kosovo, pace e amore per tutti.
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La “vittoria divina, storica e strategica”
Il tempo scorre, sono quasi le cinque, l’ora in cui secondo indiscrezioni farà la sua apparizione Hassan Nasrallah, ma migliaia di persone ancora stanno cercando di entrare nel recinto allestito da Hezbollah per celebrare la “vittoria” contro Israele. Proporzionalmente al passare dei minuti e l’approssimarsi dell’ora stabilita, si alzano gli occhi verso un cielo già cosparso di palloncini con i colori del Libano. Gli occhi e gli indici verso l’alto si moltiplicano sempre di più alla ricerca di quel possibile attacco aereo il cui rischio è stato preventivato dai manifestanti accorsi in questo venerdì di fine settembre alle porte del Ramadan. Ma di aerei israeliani neanche l’ombra, nonostante siano moltissimi quelli che si sbracciano indicandone continuamente la presenza. In effetti, la tensione, dovuta alla possibile rappresaglia israeliana, è palpabile nell’aria. Ma si sente anche la voglia di veder ricomparire in pubblico il proprio leader, sfidando un’altra volta Israele e facendo così da suggello ad una vittoria ancora più dolce. Tutti infatti sanno, fin dalle prime ore del mattino, che Hassan Nasrallah apparirà sicuramente in pubblico, la gente non dubita minimamente e non accetterebbe un semplice messaggio registrato. I dubbi sulla sua presenza nei giorni precedenti la manifestazione sono ormai ricordo di chiacchiere da bar.
E così si è presentato, in un’arena che ha accolto centinaia di migliaia di persone, con variazioni di colori dal giallo di Hezbollah, al verde di Amal, alla sparuta presenza arancione del generale Aoun, e da piccole chiazze di nero e rosso, del Partito Sociale Nazionale Siriano e di quello comunista. Curiosamente anche qualche multicolore bandiera venezuelana, dopo che nei giorni scorsi erano apparsi alcuni manifesti inneggianti a Hugo Chavez, per il suo supporto alla resistenza libanese. Per il resto, non molte bandiere libanesi. Sembra che la festa sia della propria resistenza di Hezbollah, e che se la voglia tener ben stretta. La resistenza contro Israele è stata di Hezbollah, ed è questo quello che si celebrava oggi. Di Hezbollah e di quelle persone che gli hanno dato appoggio politico e morale. Un bagno d’euforia quindi, che è stato controllato da un ingente servizio d’ordine interno, con innumerevoli posti di controllo prima di accedere al recinto. Le migliaia di sedie di plastica preparate i giorni precedenti servono solo per il prologo, con l’arrivo del leader di Hezbollah la folla è in piedi ed al massimo le usa come mezzo per meglio vedere il proprio indiscutibile idolo.
È stata una festa, una festa per i suburbi di Beirut soprattutto, quelli che insieme al sud del paese hanno più sofferto i bombardamenti estivi. La festa si è estesa per tutto il sud della capitale libanese, riempiendola di bandiere, clacson, canzoni militanti e musica assordante, ma svuotando le altre zone della città che presentavano l’aspetto di una spettrale domenica estiva beirutina.
Nasrallah è stato duro, Hezbollah non si disarma nelle condizioni in cui si trova attualmente lo stato libanese, nessuno li può disarmare. Nonostante nei giorni precedenti l’opinione pubblica ipotizzasse che il discorso di Nasrallah avrebbe delineato una possibile “road map” libanese, c’era da aspettarselo che il discorso avrebbe preso una direzione dura, robusta e arcigna.
La coreografia dell’arena è guerresca. Non ci sono questa volta le immagini dei palazzi distrutti, dei bambini ammazzati dalle bombe, o dei funerali dei martiri, che erano quotidiano scenario visivo nel dopo guerra. Oggi si celebra una vittoria e le immagini che si presentano sono quelle dei soldati israeliani morti in un attacco o delle azioni più prestigiose. Nello sfondo del palco campeggiano quattro gigantografie che dichiarano che con il fuoco è stato difesa rispettivamente “la nostra terra, il nostro cielo e la nostra acqua. Fuoco, terra, cielo ed acqua. Ellenicamente, gli elementi rappresentano tre scene di guerra, con il fuoco, in primis, simbolizzato da una batteria di katiuscia pronta al lancio.
La festa della vittoria divina, e qualsiasi manifestazione di piazza negli ultimi tempi, si trasforma regolarmente in un implicito foglio di via per il governo di Fuad Siniora, in nome di un nuovo governo d’unità nazionale. Da una parte i manifestanti, cantando cori contro il premier, anche se zittiti spesso dalla sicurezza interna del partito sciita, che viene invitato letteralmente ad andarsene. Dall’altra parte il discorso di Hassan Nasrallah, che non ha evitato di pizzicare le lacrime di Siniora durante la guerra, già frutto di critica da parte di Israele, e che quindi ormai hanno ricevuto le attenzioni di entrambi i contendenti del conflitto di agosto. Contorno sonoro di tutto il discorso, gli ululati da parte del pubblico alla pronuncia del nome di Condoleza Rice.
Questa è stata l’atmosfera della festa per la vittoria divina, storica e strategica. Il problema è che non tutti condividono in Libano il fatto che si dovesse celebrare una vittoria, e sono molti quelli che vedono nella guerra d’agosto una chiara sconfitta dello stato libanese, e del suo “arretramento” di quindici anni.
Già si dice che le Forze Libanesi stiano preparando un evento simile questa stessa domenica a Harissa, per controbattere alle centinaia di migliaia di persone accorse alla festa della vittoria divina. Lo stesso successe l’otto ed il quattordici marzo del 2005 nello scenario della cosiddetta “rivoluzione dei cedri”. Quelle due manifestazioni sancirono chiaramente la divisione del Libano in due blocchi, e la nascita del nuovo ordine post-Hariri. Cosa provocherà questa nuova “battaglia” a suon di manifestanti, lo scopriremo presto.
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Ciak. Sbarco forza d’interposizione italiana. Libano. Buona la prima.
Beirut, si ricomincia dalla distruzione
Un mese e mezzo di guerra è appena terminato, ma lo spirito gioviale ed affarista che contraddistingue i libanesi non si è piegato alla logica della guerra e della distruzione, e già sta provando a risollevarsi. Così che, in questi giorni, per le strade della capitale, si possono incontrare alcuni manifesti pubblicitari sicuramente curiosi. Una nota marca internazionale di whisky, che ha come logo un omino stilizzato che cammina in paesaggi urbani altrettanto stilizzati, sta proponendo una serie di cartelloni con il solito omino camminando su un ponte. La differenza è che il ponte questa volta è stato disegnato senza un pezzo, come distrutto da un bombardamento. Il logo della marca, Keep walking, sembra ormai emblematico della personalità libanese. La macchina dell’advertisment post-guerra non si è fermata neanche di fronte al peggior nemico. Le pubblicità di diversi istituti di credito, giocano molto sulle parole distruzione-costruzione e fanno leva sui bisogni popolari, sfoggiando indicatori del serbatoio di benzina su empty, ed offrendo, a chi apre un nuovo conto corrente, la possibilità di vincere un buono acquisto da 1000$ di preziosa gasolina. I libanesi decisamente non finiscono mai di sorprenderci. Questa è una delle facce del dopoguerra, l’altra, nel suo contrasto, è quella della propaganda allestita da Hezbollah, nei quartieri del sud della capitale e nella strada che dal centro va verso l’aeroporto. Poster giganteschi che inneggiano alla Divine Victory, e che con certa ironia si prendono gioco della potenza americana, con scritte come This is your Democracy, di fronte ad un edificio raso al suolo, o Extremely accurate target, sullo stesso sfondo di distruzione.
Da una parte quindi l’affarismo neofenicio libanese, e dall’altra, la rivincita popolare antiamericana e la resistenza contro l’invasore israeliano. Contraddizioni? Forse, ma anche semplicemente due facce di una stessa medaglia, di uno stesso Stato, che non necessariamente si scontrano, ma che anzi spesso riescono a complementarsi armonicamente.
La strada è sintomatica di come si stia vivendo la conclusione del conflitto. Da un lato la ricostruzione e l’assenza di benzina, dovuto all’ancora vigente blocco selvaggio israeliano. Dall’altra, la grande influenza e popolarità che ha guadagnato Hezbollah, e soprattutto il suo leader Hassan Nasrallah.
La ricostruzione in Libano è un business che nessuno può permettersi di lasciarsi sfuggire. Un business che è direttamente proporzionale all’accrescimento di consenso popolare. Alla proposta di Nasrallah, di offrire 12000$ ad ogni famiglia senza casa, hanno risposto soprattutto i leader comunitari, singoli individui e businessman con particolari interessi, che si stanno spartendo specialmente la ricostruzione dei ponti distrutti. I ponti, infatti, sono fra le infrastrutture che più hanno patito l’attacco israeliano. La strada che da Beirut lungo la costa conduce fino a Naqura, al confine sud con Israele, è stata letteralmente privata di tutti i suoi collegamenti fra il mare e la montagna. Con una precisione millimetrica sono stati bombardati sistematicamente uno per uno tutti i ponti, per evitare che “i soldati israeliani rapiti fossero portati via”, o più chiaramente per mettere in ginocchio le infrastrutture libanesi e “rimandare il Libano indietro di venti anni”, come dichiarò un membro del governo israeliano all’inizio delle ostilità.
La benzina è l’altro problema principale. A parte il fatto che il prezzo è cresciuto enormemente, si assiste quotidianamente a code d’automobili in attesa alle poche stazioni di servizio aperte. Nel sud, ed a Baalbeck, invece, le stazioni di servizio sono state minuziosamente bombardate. Il costo del servis, il taxi collettivo della capitale, è salito da 1000 a 1500 lire, ed a parte i numerosi battibecchi a cui si assiste in questi giorni, ogni conducente si prodiga nello spiegare quanti problemi abbiano col rifornimento.
Da un lato quindi, questa è la vita quotidiana della gente che è stata colpita dalla guerra di forma indiretta. Dall’altra parte c’è il raccapricciante spettacolo che offrono i suburbi di Beirut ed i villaggi del sud del paese. Mentre nei suburbi ad essere stati rasi al suolo sono interi quartieri con palazzi di 10-15 piani, nel sud del paese, l’unità di misura è quella del villaggio, della cittadina. Qui le case sono crivellate dai colpi o sventrate per metà, lasciando ancora intatto a volte il mobilio precedente. La cittadina di Bint Jbeil, nel profondo sud, a cinque km dal confine, è poco più che un ammasso di macerie. Niente si è salvato di un paese che lascia i segni visibili di una battaglia campale, e che sicuramente sarà ricostruita in un’altra posizione.
Provate ad immaginare di attraversare un paese di 15000 abitanti ed incontrare alla vostra destra ed alla vostra sinistra solo macerie di case, rottami d’auto accartocciati, pali della luce inarcati sulla strada; poi decidete di entrare nella parte vecchia della città, constatando come le bombe abbiano bussato rispettosamente a tutte le porte, e si possano intravedere fra le macerie scarpe, vestiti, giornali e ventilatori penzolanti da luoghi improbabili.
Le tracce dell’esercito israeliano, ancora presente in alcune zone del sud, si palesa quando s’incontrano le “nuove” strade spianate dai carri-armati israeliani, i famosi merkava, i resti degli approvvigionamenti dell’esercito con la stella di David ed un dirigibile che sorvola e controlla il confine. Il contrasto tra questa regione del Libano completamente distrutta e lo splendido paesaggio che offre alla vista, fatto di piantagioni di banane sulla costa e coltivazioni di tabacco al suo interno, è spaventoso. Molte delle case distrutte ancora hanno in bella vista le foglie di tabacco lasciate ad essiccare, un prodotto di lavorazione popolare, e simbolo di come la distruzione e la contaminazione provocata dalle bombe sganciate abbiano mandato in rovina il lavoro passato e futuro di una parte della popolazione più povera del Libano.
Intere famiglie intanto tornano verso le loro case, nel sud e nei quartieri meridionali di Beirut. Con gran coraggio lo hanno fatto già mezz’ora dopo l’inizio del cessate il fuoco. Cercano fra le rovine quello che è possibile salvare della propria casa, discutono con gli agenti di sicurezza perchè non gli è permesso di andare in zone ancora non bonificate dalle bombe inesplose, ma soprattutto, e di fronte ad uno spettacolo che non può non lasciarti inerme, ricominciano a riparare il riparabile.
La guerra ha portato distruzione, l’intento di sradicare la popolazione sciita, ed il tentativo di mettere in ginocchio l’economia libanese, forte concorrente d’Israele nell’area mediorientale. Inutile evidenziare che la più grande fabbrica di latte del Libano, ridotta in macerie dai bombardamenti israeliani in una zona isolata del paese, non sia certo parte della “infrastruttura del terrore” di Hezbollah, che Israele proclamava di distruggere. Inutile evocare l’imprecisione nei bombardamenti, quando s’incrociano carcasse d’automobili colpite chirurgicamente, con tutte le sue persone a bordo, probabilmente in direzione nord. Famiglie che scappavano dalla guerra, difficilmente membri di Hezbollah.
I libanesi provano ad alzare la testa, ma sono furibondi con le nazioni che hanno nei primi giorni permesso che questa guerra proseguisse. Allo stesso tempo però, nei confronti di noi asgnabi, stranieri, sono incredibilmente più gentili e socievoli. Ancora si crede in qualcuno. In primis D’Alema, poi segue Chavez, il presidente venezuelano. Il nome di Massimo D’Alema è ormai sulla bocca di tutti, i suoi baffetti provocano simpatici ghigni fra i libanesi, e sta raggiungendo apici di popolarità che solo Nasrallah e Che Guevara possono sovrastare. Speriamo bene
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Il Janub, ovvero il sud del Libano e della sua capitale
Reportage nel “meridione” del paese dei cedri durante la prima settimana di tregua.
Il villaggio di Debel si trova a cinque km di distanza dal confine con Israele, ed è stretto nella morsa di Aita el Chaab e Bint Jbeil, i paesi dove forse più si è sofferto la guerra e che maggiormente sono stati bombardati dall’artiglieria israeliana e dal fuoco di Hezbollah. Debel è un villaggio a stragrande maggioranza cristiano-maronita, e lo si può notare dai poster del leader delle forze libanesi Samir Geagea appesi ad ogni angolo e dalle rappresentazioni sacre ai cigli delle strade. Un’altra caratteristica della città, rispetto alle circostanti, è la presenza su numerose case di sventolanti e grandi bandiere bianche. La città è in gran parte intatta, sembra solo svuotata dei suoi impauriti abitanti, ma è strano incontrarsi un villaggio in queste condizioni ad appena cinque minuti di distanza da Bint Jbeil.
Bint jbeil è concretamente inesistente. I segni di una battaglia campale sono evidenti, o come piace definirlo ai media, di una chiara lotta “casa per casa”, così come degli effetti dei bombardamenti dall’alto. La parte antica di questa cittadina di ventimila anime è stata rasa al suolo e gli edifici ancora in piedi e non ridotti in calcinacci, sono sventrati almeno per metà. Televisioni penzolanti, pali della luce inarcati sulle strade, macchine parcheggiate di cui restano solo le sagome e scorci di mobilio in case all’aria aperta, sono il panorama più ricorrente. Tra i vicoli della città camminano, oltre a pochi disperati abitanti della città che constatano le condizioni delle loro case, quasi unicamente persone con blocco alla mano e bomboletta spray. Segnano le case distrutte con cifre in spray rosso e scrivono alcune note sul blocco che hanno nelle mani. Sono probabilmente membri di Hezbollah che si sono messi velocemente al lavoro per contare i danni ed identificare le famiglie che riceveranno il sussidio annuale promesso da Hassan Nasrallah. Non sarà possibile ricostruire Bint Jbeil, considerati i danni sofferti, ma quasi certamente “risorgerà” in un’altra posizione.
A differenza di Bint Jbeil, Aita el Chaab presenta più quella tipologia già sperimentata dall’esercito israeliano in Gaza e Cisgiordania. Qui sono entrate in scena le ruspe israeliane ed in buona parte hanno livellato il villaggio. La peculiarità di Aita el Chaab sta nel fatto che si possono incontrare, per la gioia della propaganda di Hezbollah, alcuni resti dei mezzi militari israeliani. Carcasse che già sono diventato simbolo, e che già sono sovrastate da bandiere di Hezbollah e del Libano. L’esercito israeliano, come affermano alcuni testimoni oculari, ha accuratamente raccolto tutti i resti che avrebbero potuto denotarne una sconfitta o forti perdite; una minuziosità che non ebbero durante il ritiro dal Libano nel 2000, quando lasciarono numerosi mezzi militari sul campo, ed in seguito furono trasformati in “monumenti” della liberazione da Hezbollah.
I soldati israeliani non si vedono, e l’unica presenza visibile è quella di un dirigibile bianco che staziona sospeso in aria nei pressi della frontiera a Nord di Bint Jbeil. Della presenza dei soldati israeliani rimangono solo i resti delle bottiglie d’acque consumate durante il caldo infernale dell’offensiva d’agosto (rigorosamente di marca israeliana) e le nuove “strade” di terra battuta spianate dagli ormai sfortunatamente famosi merkava, che scendono dai crinali montagnosi e si perdono oltre il confine. L’esercito libanese sta lentamente “occupando” alcuni edifici pubblici nel sud per farne nuovi quartieri generali, ma ancora è lontano dal confine con Israele, e nelle città più martoriate non se ne intravede alcuna traccia. Per quanto riguarda le forze d’interposizione dell’Unifil, anche in questo caso, solo alcuni sparuti carri-armati in pochi villaggi.
Questo è in linea di massima lo scenario dei villaggi del sud del Libano nella strada che da Cana porta e Bint Jbeil e da qui scende, parallelamente al confine, fra piantagioni di banani ed ulivi, fin verso Naqura. Le eccezioni sono date da qualche villaggio cristiano (molti sono stati ugualmente vittime dei bombardamenti) e da alcune sfarzose case principesche, probabilmente di ricchi emigranti sciiti che hanno fatto fortuna in Africa. Tutto questo è sintomatico e aiuta a chiarire gli obiettivi della guerra delle scorse settimane. Il concetto colonialistico del divide et impera sembra che sia stato riproposto ed utilizzato questa volta con la variante della distruzione. Divisione e distruzione sembra che siano state le variabili utilizzate durante quest’estiva offensiva israeliana in Libano. Da un lato, “bombardando” la popolazione con volantini propagandistici (e sms alla telefonia mobile) inneggianti al sollevamento contro Nasrallah, e dall’altra, colpendo un’intera popolazione nelle sue infrastrutture più basiche.
Si sono colpite le cosiddette roccaforti di Hezbollah per debilitarne soprattutto il sostegno della sua popolazione meno abbiente, forse quella che più materialmente contribuisce con uomini alla “resistenza” del partito sciita. La stessa tecnica è stata utilizzata a Dahia, nell’agglomerato urbano del sud della capitale libanese, feudo sciita per eccellenza e rinomata sacca di povertà. Qui è stata rasa al suolo la supposta residenza di Hassan Nasrallah e l’edificio della televisione Al-Manar, che simbolicamente continua a trasmettere tra le macerie. Per entrare nell’area di Dahia, è necessario un lasciapassare rilasciato da un banchetto ad ogni entrata dell’area di sicurezza con rappresentanti di Hezbollah che controllano i documenti. La presenza del Partito di Dio è constatabile, anche se è possibile intravedere ben pochi miliziani armati, ma piuttosto coloro che più chiaramente fanno parte del servizio di sicurezza e non sono certo guerriglieri. A Dahia, così come nel Sud è molto difficile identificare elementi di Hezbollah. La presenza di Hezbollah è data invece dai cartelli propagandistici a sfondo giallo fosforescente che campeggiano nelle strade dei villaggi e nei suburbi. I messaggi sono di una forte ed ironica drammaticità in stile “The great middle beast”,“This is your democracy” ed ”Extremely accurate target” di fronte a casa rase al suolo, e con nel contorno alcune invettive contro Condolezza Rice. A livello propagandistico, la strada che da Beirut porta all’aeroporto è quella probabilmente più suggestiva. I cartelloni, normalmente pubblicitari, sono stati sostituiti da quelli della Divine Victory, che alterna immagini di guerriglieri in marcia al tramonto, vecchi in lacrime con macerie sullo sfondo, bambini feriti e batterie di razzi katiuscia pronti al lancio.
Il janub, il sud, in tutte le sue forme e connotazioni, è l’elemento che simbolicamente si è voluto colpire con questa guerra. Un janub che in Libano, e nella sua capitale, è pressoché sinonimo di comunità sciita. Il nord di Beirut ha ricevuto solo simbolici e dettagliati bombardamenti. Entrambi i fari della capitale sono stati minuziosamente colpiti con una precisione accurata. Così è stato anche per il nord del Libano, colpito principalmente nelle zone a ridosso della frontiera siriana ed in alcune infrastrutture di viabilità. Sono proprio queste infrastrutture che sono state rase al suolo completamente nel sud del Libano ed in minima parte nel nord, allo scopo di raggiungere il funzionale obiettivo di dividere la popolazione libanese al suo interno. La strada che dai sobborghi di Beirut porta fino a Sour è stata spogliata di tutti i ponti che la collegano alla montagna. Ogni singolo ponte (forse una o due eccezioni per un totale di una trentina di ponti) è stato bersagliato millimetricamente e reso inagibile, così com’è successo con tutte le stazioni di rifornimento. I due bersagli strategici principali. Ma quello che più rabbrividisce, è la presenza delle carcasse di automobili ai lati della strada, senza alcun segno di distruzione circostante. Quasi tutte con il muso diretto verso Beirut, verso un nord sicuro, ed emblematico della precisione dell’aviazione israeliana nel bombardamento di civili in fuga o di improbabili “terroristi”. E’ difficile, guardando i rottami di queste vetture, pensare all’errore umano. Sfortunatamente non sono i civili in fuga, le stazioni di servizio ed i ponti, le infrastrutture utilizzate dal “terrore” di Hezbollah, ma elementi essenziali per il sostentamento di tutti i cittadini, com’è stato sottolineato nell’ultimo rapporto di Amnesty International. La propaganda israeliana a livello di mainstream mondiale ha sempre indicato la distruzione di obiettivi strategici e funzionali all’annientamento di Hezbollah. Sono le varie industrie del latte, della plastica e farmaceutiche, dislocate in varie zone del paese, e bombardate dal cielo, parte essenziale dell’infrastruttura del “terrore”? Il tentativo di debilitare profondamente la concorrente economia libanese è stato uno degli altri “effetti collaterali” di questo mese di campagne via terra e raid aerei. L’offensiva in Libano è stata una guerra che ha avuto come obiettivo quello di annichilare Hezbollah, ma che si è avvalsa del tentativo di rompere il fragile equilibrio libanese, utilizzando morti, e disagi per tutta la nazione, come mezzo per raggiungerlo. Insieme con il tentativo di smantellamento della maggioranza della popolazione sciita si è cercato di provocare un intero paese, e la sua popolazione, alla rivolta interna e quindi renderlo innocuo verso l’esterno. Lo Stato libanese, in mezzo a tutto questo, è rimasto assente, stretto nella morsa degli amici americani e dei nemici siriani, e continua ad esserlo anche nel dopoguerra. Il risultato è chiaro sul tavolo. Hezbollah si è rafforzato enormemente, ha acquisito ancora maggiore credibilità, sia su scala regionale che nazionale, ed è diventato ormai sinonimo di struttura “semi-statale”. Dall’altra parte, lo Stato libanese, o meglio, le forze che già in precedenza si trovavano in opposizione ad Hezbollah, nonostante l’ottimo diplomatico atteggiamento utilizzato durante la guerra, si stanno leccando le ferite cercando di riacquistare sovranità. Mentre ognuno canta la propria vittoria, mentre tutti aspettano il secondo round della guerra, e l’arrivo di un’ipotetica forza multinazionale con la bacchetta magica della pace, il Libano intero, in bilico tra stabilità e precipizio, è in ginocchio e fatica a risollevarsi.
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Italy, je t’aime tantissimo!!!
Domenica scorsa, passeggiando tra le rovine dei suburbi di Beirut, Hassan, un amico libanese, mi ha fatto notare la presenza di un parlamentare di Hezbollah tra le macerie degli edifici bombardati. Guardandolo bene, ho riconosciuto il volto di Hussein Haji Hassan. Ridacchiando, mi sono ricordato di quel “braccetto” birichino col ministro D’Alema, che tanto scalpore creò nell’opinione pubblica italiana. Così, ho provato a spiegare ad Hassan perchè quella foto provocò tanto scandalo e di come in Italia la critica alla politica dello stato ebraico spesso venga tramutata in un semplicistico e nocivo antisemitismo. Nel suo semplice e naturale stupore mi ha risposto che il parlamentare ha visitato tutti i giorni le zone bombardate. “E’ a contatto con la gente che soffre, è una buona persona, anche gli italiani sono buona gente. Quindi, cosa c’è di male?”. Non c’è dubbio che l’Italia abbia una buona reputazione in Libano, a volte è anche eccessivamente ed incomprensibilmente amata. La conoscenza di nuove persone in Libano comporta regolarmente l’affermazione “eh, si sa, italiani e libanesi si assomigliano proprio!”. Ormai sovrastato, annuisco e basta. Le marche italiane non hanno rivali e gli scaffali dei supermarket sono stracolmi di made in Italy. Perchè tutto questo “amore”? I più dicono che nel 1982, durante la guerra civile, la forza d’interposizione italiana si sia comportata egregiamente, abbia aiutato la popolazione locale e stretto sinceri legami con la gente. Ecco, di nuovo il contatto con le persone. Un valore che da queste parti significa molto, soprattutto se entri in un paese straniero con la divisa militare e le armi in pugno.
I libanesi hanno fiducia nell’Italia, e si sa che la fiducia è il primo passo per ogni buona relazione. In politica internazionale nessuno però fa niente per niente. L’Italia si vuole impegnare a fondo nel Libano, soprattutto per salvaguardare un partner economico fondamentale, ma anche per riacquistare spessore nell’area mediterranea. Il governo italiano sa perfettamente che si sta ingaggiando in una forza di pace che non ha l’obiettivo di disarmare Hezbollah. Allo stesso tempo sa che il “Partito di Dio” è un gruppo disciplinato, e non un gruppo terrorista composto da schegge impazzite, ma da membri fedeli alle direttive dei propri leader. Se gli italiani del contingente scenderanno in Libano carichi d’umanità e con fucili scarichi, e se nessuno si lancerà in destabilizzanti provocazioni, la forza di pace sarà trampolino di lancio per lo stato italiano nella regione. Forse, in un futuro prossimo, in quello slang libanese ora farcito di francese, inglese ed arabo, si potranno così incontrare anche espressioni come yalla ciao, Buongiorno, ca va? o Inchallah domani.
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Vittime di chi?
Fadi è in Italia, a Roma. Dopo aver seguito per tre anni un corso d’italiano all’Istituto Culturale Italiano di Beirut, finalmente è riuscito ad ottenere un visto per studiare in Italia, in cerca di un futuro più dignitoso. Fadi è di un piccolo paesino del Sud del Libano, nei pressi della città di Tiro. Tre volte la settimana parte dalla sua casa con un servis (taxi collettivo libanese) con direzione Tiro, la città più popolata del Sud. A Tiro quindi sale su un minibus che in poco più di un’ora lo porta a Beirut. Finita la lezione lo stesso tramite. Fadi chiaramente non può permettersi di affittare una stanza a Beirut, troppo cara la capitale libanese. L’ambasciata italiana, per rilasciare un visto di studio ad uno studente libanese, l’anno scorso, ha drasticamente alzato il prezzo della caparra che ogni studente deve versare, per partire, in un conto corrente di una nota banca italiana. Mentre gli anni precedenti la caparra si aggirava sui 2000$, un prezzo già proibitivo per famiglie numerose del sud del paese, l’anno scorso, è stato alzato a 5000$, giusto un mese prima della scadenza delle iscrizioni nelle Università italiane. Come trovare tanti soldi in così poco tempo? Come trovare 5000$ quando una famiglia del sud del Libano può vivere con in media 10.000 delle nostre vecchie lire al giorno? Eppure Fadi ce l’ha fatta, è riuscito a trovare i soldi, lavorando, chiedendoli in prestito,…ed ora è in Italia. Da dieci giorni non ha più notizie delle sue due sorelle che vivevano a Bint Jbeil, nel sud libanese, a ridosso della frontiera con Israele. Il paese è sotto continuo bombardamento da quindici giorni, è stato svuotato completamente, nelle sue strade si affrontano le forze speciali israeliane e la guerriglia di Hezbollah, tra cadaveri di civili che nessuno raccoglie (sfortunatamente mi piacerebbe che fosse solo una frase giornalistica ad effetto), dovuto al fatto che “non è il momento per un cessate il fuoco”. Fadi non riesce a contattare nessuno che possa dargli notizie delle sue sorelle. La maggior parte della popolazione del sud si sta spostando verso la capitale nei centri d’accoglienza che si stanno allestendo per rifugiati. La Croce Rossa parla di più di 700.000 rifugiati, non male per uno stato di massimo 4 milioni d’abitanti. Mettetevi nei panni di Fadi per un secondo. Di fronte a quello che propongono i media italiani probabilmente chiunque si farebbe sopraffarre dal pessimismo. I centri culturali stranieri di Beirut sono pieni di ragazzi speranzosi come Fadi. Fadi non è né cristiano né musulmano. Fadi non esiste materialmente. Ci sono decine di migliaia di Fadi nel mondo. Ci sono centinaia di Fadi anche nel nostro Belpaese. Pensate comunque a tutti loro per un attimo. Tutte vittime dell’ennesima guerra. Guardiamo le vittime ora, poi penseremo ai colpevoli. E’ abbastanza.
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Luci spente su Beirut
Il faro di Beirut è situato in una zona molto popolare, nel quartiere di Manara, sulla Corniche, il lungomare cittadino. Nei pressi del faro c’è un popolare ristorante bagnato dagli spruzzi del Mediterraneo, e c’è il rischio di inciampare in accaniti pescatori locali. Ogni giorno al calar del sole si riuniscono sulla Corniche una promenade di beirutini, chi per passeggiare, chi per prendere un caffé, famiglie intere con narghilé e cibo fatto in casa. Portano sedie da casa, certi stendono tappeti, ed occupano tutto il lungomare; sono soprattutto famiglie dei suburbi e del sud, che non possono permettersi di “accedere” alla fatiscente Downtown, ricostruita dalle macerie della guerra con soldi sauditi e con prezzi inaccessibili a molti.
Il faro è stato oggi bombardato impunemente dalle navi da guerra israeliane appostate al largo delle coste della capitale. Probabilmente anche il ristorante, e non sembra ci sia nessuna traccia di pescatori o famiglie di Dahiya (letteralmente “suburbio” in arabo), quelle stesse famiglie che ora stanno fuggendo dai bombardamenti delle loro case costruite nel post-guerra, cercando rifugio in scuole o appartamenti vuoti in zone del centro cittadino.
Era veramente importante colpire il faro cittadino, in un Libano già isolato via mare dalle navi militari israeliane? Era un obiettivo concreto o serviva solo a distruggere un simbolo della città e mettere psicologicamente in ginocchio i suoi cittadini?
Da quando è cominciata la guerra (e mi intristisce il pensiero di denominarla in questo modo) niente sembra aver senso. Bisogna allora domandarsi se ha senso questa “guerra”, quando il governo libanese non l’ha dichiarata, ed inerme subisce i bombardamenti israeliani, vittima di una complicata dinamica di forze interne e di un difficile bilanciamento confessionale-regionale, difficilmente spiegabile nell’ottica degli stati-nazione occidentali.
Non è una guerra fra Stati, anche se Israele continua a chiamare in causa Siria ed Iran; è una guerra fra gli Hezbollah, che cercano di rappresentare il malessere delle masse arabo-musulmane, e lo Stato d’Israele.
Israele sta cercando di mettere in ginocchio la totalità della cittadinanza, e cerca di chiamare in causa anche un esercito libanese che non vuole partecipare ad una guerra che non ha cominciato e che non rispecchia il sentimento della maggioranza della nazione; ma in Libano la logica occidentale di maggioranza e minoranza non funziona, funziona il consenso ed il sentimento popolare, funziona la sofferenza e la solidarietà. Per questo il governo libanese, nonostante rifiuti le scelte militari di Hezbollah, non si sente, in un momento così difficile per il paese, di condannarne l’operato completamente. Fare fronte comune è il motto.
Nessuno in questi mesi si aspettava che la guerra potesse scatenarsi dall’esterno, tutti presagivano un ritorno della guerra civile dovuto a dissidi confessionali. Nessuno si aspettava una reazione di tale portata da parte israeliana, in seguito ad un’operazione di guerriglia della milizia di Hezbollah. In altri momenti Israele, soprattutto negli ultimi mesi, aveva risposto a tali azioni con bombardamenti mirati, ma senza cercare di colpire le infrastrutture di uno Stato che cerca ancora di risollevarsi dalla guerra precedente.
Oggi Israele invece ha voluto lasciare un segno indelebile nella cittadinanza libanese.
Ma quanti sono i guerriglieri dell’esercito di Hezbollah uccisi? Fino ad ora non se ne ha notizia, si sa che le defezioni sono fra i cittadini, famiglie, donne, bambini. Vorrei poter dire che ci sono più di 200 morti, ma nel momento che uscirà quest’articolo il mio pessimismo mi spinge a pensare che il numero di vittime triplicherà. Si triplicheranno come le diplomatiche parole dei governi occidentali.
Intanto il prezzo del pane è alle stelle e mentre prima si poteva comprare per mille delle nostre vecchie lire, ora sembra superare le ottomila lire.
Le università hanno chiuso, i negozi aprono ad intermittenza, le televisioni sono sempre accese e le scuole ancora intatte dai bombardamenti servono da rifugio per le famiglie del sud; l’elettricità ed il combustibile arrivano a singhiozzo, e scappare dal paese attraverso l’unica frontiera nel nord, verso la Siria, può voler dire pagare 500$. Un tragitto che al massimo ne costava dieci di dollari, fino a qualche settimana fa.
In Siria la strada che unisce Tartus con Homs, a ridosso del confine col Libano, è un viavai di minibus, bus, taxi, tutti si dirigono al confine cercando anche di fare affari grazie alla improvvisa situazione creatasi.
Molti in Siria, nonostante il regime imponga un’opinione controllata, hanno accolto l’appello televisivo di Hassan Nasrallah a non farsi scappare l’occasione per infliggere una sconfitta ad Israele; in molti negozi cominciano a sventolare le bandiere gialle del “Partito di Dio”, per la strada i bambini vendono le foto del leader sciita, e si organizzano manifestazioni in ogni città.
Non hanno paura della guerra i siriani, la loro forza sta nel fatto, come mi dice un negoziante di Latakia, la città natale di Bashar al Assad, che “sia loro che i libanesi sono abituati a sopportare la guerra, sono gli israeliani che non hanno mai vissuto le bombe, ad Haifa e Tel-Aviv non sanno cosa significa vivere sotto i bombardamenti, sono loro che devono aver paura, sono loro che non resisteranno per più di una settimana nei rifugi sotterranei…”. Una visione da logica di guerra difficile da comprendere e concepire, ma che ormai quotidianamente pervade le popolazioni di questa regione senza pace. Una guerra che coinvolge principalmente la popolazione civile e che provoca la “caccia aperta” per cercare di comunicare con amici e conoscenti sparsi per il Libano. Molti stranieri sono stati evacuati fra le lacrime, molti libanesi non possono permetterselo, molti sono “costretti” a restare. E’ in tutti impellente la ricerca degli amici che vivono nel sud, a Sour o Saida, totalmente isolati dal resto del mondo; chi ha la possibilità scappa negli chalet di montagna del nord, chi non ce l’ha sta a Beirut e, come ha scritto Mahmoud Darwish in un suo libro ambientato durante l’assedio angoscioso di Beirut da parte degli israeliani nell’estate dell’82, il dolce risveglio del mattino si riduceva nel gusto di assaporare il caffé, fumare la prima sigaretta, per poi rimettersi ad ascoltare la radio o la televisione e sperare…
Anche nel 1982 l’Italia vinse la Coppa del Mondo, e sicuramente i libanesi invasero le strade della capitale per festeggiare la vittoria italiana come succedette due settimane fa. Strane coincidenze che rendono la città di Beirut speciale per chi vi vive.
Beirut è una città che provoca inspiegabilmente allo stesso istante amore e odio, una contraddizione che si trasforma in intenso amore ed impotenza in questi momenti difficili. Il senso di vuoto che sale da dentro quando bombardano una città che conosci si unisce all’impotenza, e unico rimedio alla malinconia sono ormai solo le note di Fairuz che inneggiano Bhebak ia Libnan, Ia uatani bhebak, B shmelak bi jnoubak, bi zahrak bhebak… ( Ti amo o mio Libano, mia patria ti amo, a nord o a sud, ti amo nei tuoi fiori…)
Published on SabatoSera – Bassa Romagna
