…Multimedia Across the Mediterranean

Italy

Golden Nile

The waters of the Nile, the long African-Mediterranean river, are again under threat. Egypt and Sudan, the states that mostly benefit from the river resources, are currently facing the claims of the other Nile basin states for a fair share of its waters. Ethiopia loudly expresses its demands. Meanwhile, Israel Minister of Foreign Affairs embarks in an African tour, China strongly inverts in hydro-power development in Ethiopia, and Italy is funding million dollars projects to improve water management within the Nile basin states. Many actors involved and crossed interests in the race for the African’s gold.

Check the article “La guerra latente per le acque del Nilo tra Africa e Mediterraneo” published (in Italian) on the digital review AffarInternazionali.nile_stele


Portatori di pace


Intervallo. Salotti diplomatici internazionali. Ritiro truppe dall’Iraq, conferenza internazionale per l’Afghanistan, indipendenza del Kosovo.

Intervallo. Sud del Libano. Popolazione. Migliaia di bombe inesplose sono ancora nascoste nei campi. Ne rendono impossibile la coltivazione e rubano le vite di bambini che giocano attratti da questi oggetti luccicanti. La gente fatica a rimettersi in cammino, ricominciare da zero, ricostruire, l’uranio impoverito, le bombe al fosforo. Sembra che almeno l’arrivo delle truppe internazionali abbia portato una ventata di prosperità. Comincia il business, servono traduttori, servono autisti, servono ristoranti, servono bar. Un traduttore si dice che guadagni 1200$ al mese, mentre una guida 800$. Nessuno si lamenta più dei soldati ghanesi o dei pachistani che non spendevano mai una lira. Ora ci sono italiani, francesi, spagnoli. Tagliatelle, Brie, Tortilla. A volontà.

Intervallo. Sud del Libano. Inverno alle porte. Forze internazionali d’interposizione. Italiani. Hariss è un paesino del sud del Libano, nel comprensorio di Bint Jbeil. Questa zona è uscita annichilita dalla guerra estiva. Interi villaggi sono ridotti in macerie e qualche famiglia è ancora costretta a vivere in improvvisati accampamenti. La scorsa settimana sembra che otto militari italiani, appartenenti alle forze di pace, siano entrati in un negozio di questa cittadina, e con un’azione congiunta, dividendosi in tre gruppi, abbiano derubato il negoziante di 300$ di merce, perlopiù attrezzature militari. Il primo gruppo distraeva il negoziante, il secondo cercava di focalizzarne l’attenzione, mentre il terzo agiva nelle retrovie facendo manbassa. Tecniche apprese nella guerra al terrorismo in Afghanistan o in Iraq. Il negoziante se ne accorge. Arriva la polizia libanese. Investigazione. Un caso isolato. Si dice che ogni soldato guadagni 3000$ al mese per partecipare alla missione di pace. Annoiati.

Intervallo. Beirut. Notte inoltrata. Forze internazionali d’interposizione. Francesi. La scorsa settimana, tre giovani imberbi mi si avvicinano in mezzo alla strada. Spaesati dalle strade deserte mi chiedono, in perfetto inglese, se parlo francese. Ok, è inevitabile, sono francesi. Mi chiedono se conosco un “sex-bar” nella zona. Mmm. Uno in particolare o uno qualunque? Uno qualunque. Seguite quella strada ragazzi, in fondo a sinistra, e poi a destra avanti duecento metri. Ecco lì ci sono i più squallidi super night club della città. Mi salutano “militarmente”. Ok. La domanda sarà cresciuta dopo l’arrivo delle forze di pace. Il business della prostituzione sarà alle stelle. Russia, Europa dell’Est, Africa. Me le immagino all’aeroporto, come al solito, aspettando il visto in fila ad uno sportello apposito. Venti, trenta alla volta. Normalmente arrivano per la stagione estiva, per “soddisfare” i sauditi in vacanza libertina in Libano. Stagione invernale. Peacekeepers. Afghanistan, Iraq, Kosovo, pace e amore per tutti.

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Ciak. Sbarco forza d’interposizione italiana. Libano. Buona la prima.

Seduti sul sofà di casa con la televisione accesa, le immagini che ci vengono proposte sono quasi epiche. Uomini in nero, “lagunari” armati di tutto punto, gommoni che sfrecciano fra le onde di un Libano che in Occidente è sempre sinonimo di guerra, caos e terrorismo. Ma è anche curioso vedere il contorno di un evento mediatico internazionale come quello dello sbarco italiano sulle coste del Libano. Lo sbarco è qualcosa di forte e simbolico allo stesso tempo. L’attuale stampa mondiale e le truppe italiane del contingente ONU in Libano, lo sanno benissimo. Uno sbarco cattura l’attenzione del pubblico televisivo, più d’ogni altra cosa. Peccato che la realtà quotidiana sia differente. L’approdo italiano è stato accolto con indifferenza dalla popolazione di Tiro, che ha preferito ripararsi dal caldo gettandosi nell’acqua cristallina delle spiagge libere, ed ignorando quasi totalmente gli elicotteri che scorrazzavano sulle loro teste. Sì, perchè lo sbarco è programmato alla Rest House, un noto e privato club balneare della città del sud del Libano. Molti dei giornalisti internazionali è qui che alloggiano, ed è da questi piccoli chalet con entrata sulla spiaggia che hanno seguito tutte le fasi della guerra estiva del 2006. Confortante. Il campo base per una volta è diventato il punto di trasmissione. Non c’è bisogno di spostarsi con automobili dotate di cubitale scritta TV sul parabrezza. Basta stropicciarsi gli occhi, lavarsi la faccia ed in cinque minuti ecco che i primi italiani impavidi approdano al resort. Stato d’allerta. Con fare nervoso e facce irrigidite, i “nostri” soldati si allineano conquistando i gazebo di paglia, che spartiranno poi coi giornalisti. Sole d’agosto. Spiaggia bianca. Con le telecamere accese non si possono dare segni di cedimento. Allerta. Ci possono attaccare. Dubito. C’è anche una delle quattro soldatesse della spedizione. All’arrembaggio. Flash. Una donna fra cento uomini fa misoginamente notizia. Fa un certo effetto vedere che ci sono sicuramente più giornalisti che soldati italiani gonfi di timore ed adrenalina. Un connubio interessante. Fra stampa e televisione c’è n’è per tutti i gusti. Dall’inviato mainstream, che spera in un possibile allargamento della guerra, magari all’Iran, per continuare a lavorare nell’area ( deformazione professionale), ad improvvisati free lance da turismo di guerra con Lonely Planet alla mano e poche idee di cosa sia il Libano. Questo è in linea di massima ( chiaramente c’è una buona minoranza di bravissimi giornalisti) quello su cui dobbiamo riflettere quando guardiamo le notizie da casa. Intanto, sfortunatamente, lo sbarco si è dovuto spostare in una spiaggia vicina, per colpa di quello che è stato definito “mare mosso”. Pigra delusione. Muoversi. Bene. Speriamo che i “nostri” non debbano mai compiere un serio sbarco di guerra. Meglio lo sbarco reality.
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Italy, je t’aime tantissimo!!!


Domenica scorsa, passeggiando tra le rovine dei suburbi di Beirut, Hassan, un amico libanese, mi ha fatto notare la presenza di un parlamentare di Hezbollah tra le macerie degli edifici bombardati. Guardandolo bene, ho riconosciuto il volto di Hussein Haji Hassan. Ridacchiando, mi sono ricordato di quel “braccetto” birichino col ministro D’Alema, che tanto scalpore creò nell’opinione pubblica italiana. Così, ho provato a spiegare ad Hassan perchè quella foto provocò tanto scandalo e di come in Italia la critica alla politica dello stato ebraico spesso venga tramutata in un semplicistico e nocivo antisemitismo. Nel suo semplice e naturale stupore mi ha risposto che il parlamentare ha visitato tutti i giorni le zone bombardate. “E’ a contatto con la gente che soffre, è una buona persona, anche gli italiani sono buona gente. Quindi, cosa c’è di male?”. Non c’è dubbio che l’Italia abbia una buona reputazione in Libano, a volte è anche eccessivamente ed incomprensibilmente amata. La conoscenza di nuove persone in Libano comporta regolarmente l’affermazione “eh, si sa, italiani e libanesi si assomigliano proprio!”. Ormai sovrastato, annuisco e basta. Le marche italiane non hanno rivali e gli scaffali dei supermarket sono stracolmi di made in Italy. Perchè tutto questo “amore”? I più dicono che nel 1982, durante la guerra civile, la forza d’interposizione italiana si sia comportata egregiamente, abbia aiutato la popolazione locale e stretto sinceri legami con la gente. Ecco, di nuovo il contatto con le persone. Un valore che da queste parti significa molto, soprattutto se entri in un paese straniero con la divisa militare e le armi in pugno.

I libanesi hanno fiducia nell’Italia, e si sa che la fiducia è il primo passo per ogni buona relazione. In politica internazionale nessuno però fa niente per niente. L’Italia si vuole impegnare a fondo nel Libano, soprattutto per salvaguardare un partner economico fondamentale, ma anche per riacquistare spessore nell’area mediterranea. Il governo italiano sa perfettamente che si sta ingaggiando in una forza di pace che non ha l’obiettivo di disarmare Hezbollah. Allo stesso tempo sa che il “Partito di Dio” è un gruppo disciplinato, e non un gruppo terrorista composto da schegge impazzite, ma da membri fedeli alle direttive dei propri leader. Se gli italiani del contingente scenderanno in Libano carichi d’umanità e con fucili scarichi, e se nessuno si lancerà in destabilizzanti provocazioni, la forza di pace sarà trampolino di lancio per lo stato italiano nella regione. Forse, in un futuro prossimo, in quello slang libanese ora farcito di francese, inglese ed arabo, si potranno così incontrare anche espressioni come yalla ciao, Buongiorno, ca va? o Inchallah domani.

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