Global Warming
Niente festa dell’indipendenza domani 22 novembre. Il generale Michel Suleiman si è rivolto ieri ai propri soldati invitandoli a non prendere posizione di fronte ai possibili disordini che potrebbero aver luogo nel caso non si raggiunga il consenso sul nuovo Presidente della Repubblica, ma di vigilare in nome delle istituzioni nazionali.
Nella convulsa giornata di ieri NowLebanon, un’agenzia libanese decisamente schierata col blocco del 14marzo, ha spezzato la tensione e verso sera ha riportato la breaking news che Kouchner dichiarava ufficialmente posticipate le elezioni presidenziali a venerdì.
Kouchner. Kouchner che annuncia l’ennesimo spostamento delle elezioni presidenziali.
Sembra encomiabile il lavoro che il ministro francese sta svolgendo in queste settimane in Libano per portare il paese verso la stabilità. Se ne occupa come se fosse il suo figlioletto malato che pronto dovrà affrontare una difficile operazione. Va in Francia e torna dopo pochi giorni. A volte si ferma a salutare i vicini, oppure manda qualcun’altro. Questa volta Kouchner ha deciso che si fermerà fino alla fine, fino all’elezione, o perlomeno fino al 24.In effetti non è certo che ci sia un’elezione. Ma il fatto che sia stato lui ad annunciare da Bkerke, sede del patriarcato maronita, lo spostamento della sessione presidenziale lascia come un sapore fin de siècle Beirut. O meglio, dà il polso di come nel Libano di questi giorni sia ormai difficile trovare una figura che possa parlare, pacatamente, in nome di tutti.
Fino a poco tempo fa, in quanto “padrone di casa”, questo ruolo era riservato a Berri, il portavoce del Parlamento e leader di Amal, che non ci ha messo molto tempo ieri a dare l’annuncio ufficiale.
Ma proprio ieri l’ex “demiurgo” Nabih Berri è pure lui finito sotto accusa, insieme a Saad Hariri, coloro che sembrano i portavoce dei due blocchi in conflitto. Lo “squalo ferito” di Rabieh, si legga Michel Aoun, si è avventato contro il rappresentante sunnita e quello sciita, accusandoli direttamente di manipolare le prerogative della comunità cristiana, in uno slancio che cercava di muovere i più infimi orgogli settari.
Ma in Libano, per quanto ci si sforzi di negarlo, non sono solo i sentimenti comunitari che smuovono le acque. Di certo aiutano, ma la brama di potere è molto più grande. Il potere sembra l’unico toccasana contro i mali del confessionalismo politico. Una ong potrebbe nascere presto.
Intanto è global warming. Tutti si affrettano a parlar con tutti e si è perso il conto di chi ha visto chi. Difficile sarebbe essere nei panni di quella task force che si occupa di raccogliere tutte le informazioni su tutti gli incontri e passarle poi al proprio rappresentante. Perchè no, lo scontro pubblico non è fra due o più candidati alla presidenza. Loro stanno pressoché nell’ombra. Solo Aoun vorrebbe sfidarli tutti uno per uno a suon di guanti in faccia. Ma il gioco non funziona così. (un gioco simile apparso online è stato da poco censurato www.doumagame.com)
Amr Moussa, il segretario generale della Lega Araba, ha avuto rassicurazioni da Emile Lahoud, Hariri si è incontrato a Mosca con Putin, dove ha avuto ulteriori rassicurazioni sugli sforzi del Cremlino. Il presidente francese Sarkozy ha chiamato al telefono Bashar al Assad, da considerarsi un evento storico, considerati i rapporti tesi fra Francia e Siria dopo l’omicidio Hariri. Due inviati francesi hanno raggiunto allo stesso tempo Damasco personalmente, e Teheran ogni tanto dice la sua sulla situazione in Libano. Kouchner sembra che abbia chiamato al telefonino il ministro D’Alema durante una riunione italo-tedesca, per aggiornarlo sugli ultimi sviluppi della situazione libanese, e sembra che la Merkel gli abbia fatto i più sinceri auguri.
I falchi americani sembrano invece silenziosi. Le opzioni sono due. Hanno dato via libera alla Francia in Libano, oppure stanno preparando meticolosamente l’happening di Annapolis, in programma il 27 novembre, che dovrebbe riportare sui binari il processo di pace in Medio Oriente, ma che molti danno già come morto in partenza.
In ogni modo bisognava aspettarselo che la situazione si sarebbe risolta (trapela ottimismo dalle parole dell’autore) nelle ultime ore dell’ultimo giorno. Nel gioco al rialzo degli ultimi due anni, con tante questioni ancora aperte sul tavolo, sembrava improbabile che il nuovo presidente libanese potesse uscire da una pacata sessione del parlamento.
Venerdì è l’ultimo giorno disponibile. Accorrete numerosi.
Come sarà la notte di venerdì? Ci sarà un presidente di consenso? E saranno tutti contenti di tal consenso? A risposta affermativa, si riverseranno tutti nelle strade della capitale per sbloccare (momentaneamente) una tensione che dura da troppo tempo. A risposta negativa, o nel caso di un presidente di maggioranza, probabilmente si riverseranno in strada ugualmente, ma non saranno le stesse persone forse, e probabilmente avranno uno spirito, diciamo, più “guerresco”?
Il bellone francese, che in una delle sue ultime apparizioni a Beirut si era fatto riprendere a un matrimonio libanese ballando compostamente debke, potrebbe essere ancora qui venerdì notte. Nel caso si raggiunga il consenso, giurerei che potremmo vederlo ballare come un giovanotto questa volta, scandendo il ritmo del debke come un forsennato posseduto dallo spirito della danza araba.
Michel Hayek aiutaci tu. Vogliamo tutti vederlo ballare, please.
Published on Makan3am
CPE: il fantasma del 68 francese ritorna in naftalina.
Con un coup d’éponge del governo improvvisamente si spegne il movimento contro il contratto di prima occupazione e riaprono le università. Vittoria o insabbiamento?
I giorni prima della “dichiarazione di resa” del governo del 10 di aprile, nei capannelli di “discussione democratica” nei cortili delle facoltà occupate si rumoreggiava già di delegazioni che sarebbero dovute scendere a incontrare delegati nella fabbriche, per raggiungere una mobilitazione più diretta della classe operaia.
L’idea era quella di raggiungere un livello ancora più alto di mobilitazione, arrivare a Pasqua e perchè no, forse anche alla storica giornata del 1 maggio, come suggello di un movimento in continua crescita.
Probabilmente il governo, facendo bene i calcoli, ha preferito ripiegare sul CPE, il contratto di primo impiego, che sanciva i due anni di assunzione per i giovani di 26 anni, senza garanzie in caso di eventuali licenziamenti.
La rivendicazione più forte a livello mediatico all’interno delle proteste, quella che ha fatto schioccare la scintilla delle mobilitazioni, ma che non è che un semplice articolo, parte di una serie di leggi che devono portare ad una maggior flessibilità del lavoro, in nome dell’ormai classico “stare al passo coi tempi”.
La paura di trovarsi di fronte durante la settimana pasquale ad una sempre più massiccia mobilitazione, che stava anche aiutando a resuscitare un’agonizzante sinistra francese, ha portato il governo ad evitare la tattica dell’attesa che il movimento si scemasse da solo.
Una mobilitazione nata da studenti, di tutte le età, dagli universitari in primo luogo, quelli che più da vicino si sentivano vittime del CPE, ma che poi ha raggiunto gli studenti delle scuole superiori, i sindacati tradizionali, ed in cui anche la gauche istituzionale ha cercato di cavalcarne l’onda.
Una mobilitazione nata, in una notte di gennaio, dalla momentanea occupazione della storica Sorbonne, poi barricata dalle forze dell’ordine, per scacciare chissà la rievocazione del fantasma del 68, a cui molti hanno fatto riferimento.
Una mobilitazione che si è distinta per la sua democraticità interna nelle decisioni collettive, ma che i mezzi di comunicazione stranieri ( da evidenziare la correttezza nell’informazione di quelli francesi) risaltavano quasi unicamente per i semplici episodi di scontri tra polizia e manifestanti, o per il romantico ricordo del 68.
Le discussioni in circolo all’interno delle università, aperte a qualsiasi intervento e proposta, si caratterizzavano per un peculiare sistema di votazione, costituito da cenni d’approvazione con il movimento delle due mani come se si stesse salutando, mentre per il no si esprimeva il comune gesto della testa.
Manifestazioni colorate e simpatiche, accompagnate da musica e slogan dove la parola précarité spesso faceva una strana rima con révolution, e dove non raramente risuonava nelle strade la nostrana Bella Ciao.
Così che il governo, già “sconfitto” sul si alla costituzione europea dello scorso anno e scosso dalle violenze della “rivolta delle banlieu” di novembre, ha preferito ripiegare, cercando di evitare un ulteriore calo di consenso in vista delle elezioni presidenziali del 2007 ( molti cartelli degli studenti superiori nelle manifestazioni ricordavano al ministro de Villepin che a tal data avrebbero raggiunto l’età per votare per la prima volta…).
E sembra che i pochi, ancora convinti di aver vinto solo una piccola battaglia, e non la “guerra” per un lavoro degno, che vogliono continuare la mobilitazione sul CNE ( contratto nuova assunzione) siano già stati messi in minoranza democratica, e le scuole ed università abbiano messo in soffitta le barricate, nel tentativo di recuperare il tempo “perso” ed evitare la sessione in bianco.
Il CPE, in effetti, è solo parte ( articolo
di una serie di leggi che programmano, tra le altre cose, il lavoro notturno a 16 anni e l’apprendistato a 15.
Chi vuole, fra i manifestanti, spingere più a fondo la “battaglia”, è chi sente maggiormente attaccato il sistema sociale europeo, e non solo francese, già sancito dalla Costituzione europea, in nome di una liberalizzazione del mercato del lavoro, speculare ai cugini americani. Una resistenza che nel caso italiano, si veda Articolo 18, non è riuscita ad attecchire.
Intanto i cittadini francesi vengono apostrofati, soprattutto dai mezzi di comunicazione stranieri, per il loro supposto attaccamento alla tradizione, tacciati di conservatorismo e di voler semplicemente salvaguardare i privilegi del proprio sistema sociale. Ma è davvero così? Veramente c’è da scegliere a mente lucida se si preferisce che una percentuale maggiore di giovani entri nel mondo del lavoro, anche se in condizioni di precariato e basso stipendio, od oppure che ci sia la richiesta di un lavoro degno, dopo aver studiato e passato la ormai scontata trafila di stage non pagati, di cui già le imprese approfittano.
Due idee della vita sono a confronto, e la mobilitazione ha cercato di mettere il punto su questo tema, una possibile via di non ritorno per i lavoratori, e per lo Stato assistenziale europeo, costretto a tagli drastici per seguire le regole del mercato di un mondo dove obiettivamente la forza lavoro viene sempre più calpestata in nome del progresso incondizionato. Rien ne va plus. Le jeux son faits….
Il disagio sociale di fronte a queste scelte cresce in una Francia alle prese con la rimodellazione di un modello di Stato, dove, per esempio, tutti gli alunni delle scuole medie ricevono un computer in prestito per tre anni, le tasse universitarie non superano i 200 euro annuali, e gli studenti universitari, grazie ad aiuti statali, possono pagare anche solo 80 euro al mese per un appartamento.
Il movimento ha “vinto” per la sua capacità di mobilizzazione collettiva, per la sua continua crescita, ed anche di fronte a chi già lo dava per morto e sepolto, è riuscito a riproporsi più energicamente ed in nuove forme sempre più convincenti.
Intanto il governo ha revocato la proposta di legge sul CPE ed ha chiuso le porte del Parlamento per le due settimane di vacanze pasquali, sì, perchè anche nel bastione del laicismo di Stato la Pasqua è sacra.
Published on SabatoSera – Bassa Romagna
