…Multimedia Across the Mediterranean

Lebanon

Confessional Revival and Political Pragmatism

The new decade began in the Middle East with the same old, but recently forgotten, confessional problems. Events reminiscent of the tough “ages of sectarianism” of the biennium 2005-2007, when Shiites and Sunnis forces staged political and military clashes around the region. But beside the recent sectarian episodes in Egypt, Yemen, Irak, and Lebanon, it is necessary to underline how several factors of political pragmatism play an important role in these events.

Such episodes, in which Middle East Christians have been involved too, led to an harsh reaction by many European states and American civil society organizations. In the case of Egypt, such stance was evidently perceived as a blatant interference in the internal affairs of a sovereign state.

Find an analysis on the recent confessional revival in the article “Medio Oriente: revival confessionale e pragmatismo politico” published (in Italian) on the on-line review Eurasia



Election Day in Lebanon

Great expectation in Lebanon for the outcome of the general election in which the Lebanese had to elect the new country rulers, after four years of tough internal and external confrontations. The electoral round opposed the two blocks that, in their struggle for internal power, paralyzed the country for almost 4 years, leading the country almost to collapse and civil strife. On one side the March 14 block and on the other side the March 8 block, the so-called muarada, the opposition. However, Lebanese turned out massively to vote and decide the future of their country.

Check the video of the election day, published on PeaceReporter (in collaboration with Ermina Calabrese) and the reportage on the Peacereporter monthly review of July.

For a deeper analysis of the outcome of the election, check the audio riportag in Spanish for the Informativo Màs Voces.


La Farsa

Continuano gli attacchi reciproci fra i due blocchi che bloccano il paese e ne monopolizzano la scena. Il blocco del 14 marzo accusa quello dell’8 marzo di ricevere ordini dalla Siria e dall’Iran per mantenere il vuoto politico. Il blocco dell’8 marzo accusa quello del 14 marzo di essere direttamente pilotato dalle potenze straniere. Il 14 marzo dice che ha fatto salti mortali per proporre come candidato di consenso il generale Michel Sleimane, mentre l’8 marzo dice che sono quelli del 14 che hanno cambiato idea e vogliono rigirare le carte in tavola.

Hussein Husseini, precedente portavoce del parlamento, ha dichiarato sabato che l’emendamento della costituzione necessario per eleggere Michel Sleimane, potrebbe anche non necessariamente essere controfirmato per quello che è definito dall’opposizione come un governo illegittimo. Il giorno dopo dichiara invece che è stato frainteso e che invece l’emendamento deve passare attraverso il governo.

Il generale Aoun manda in pace i libanesi, gli fa già gli auguri di un buon natale e felice anno nuovo e promette che se ne riparlerà a gennaio. Afferma anche che è lui quello che si sta opponendo alla Siria e all’Iran che invece vogliono eleggere un presidente. Forse sta provando a rimandare la scelta del nuovo presidente alle elezioni legislative del 2009. Lavoro certosino.

Il 14 marzo invece, che accusa l’opposizione di approfittare della situazione di stallo, comincia a tastare l’opinione pubblica nazionale attraverso uno dei suoi più sconosciuti membri, come era già successo con la candidatura di Sleimane, preconizzando la elezione del presidente della repubblica solo a marzo. Magari proveranno ad eleggere il nuovo presidente proprio il 14 marzo. Per un colpo così stiloso, che potrebbe echeggiare per secoli nei libri di storia, si può anche aspettare qualche mese.

La ragione addetta è quella che il parlamento non potrà più riunirsi prima di marzo, quando è prevista la sessione plenaria, in quanto dovrebbe essere lo stesso presidente della repubblica, che non c’è più, a dover proporre una sessione straordinaria del parlamento. Ora, considerato che al momento attuale vengono organizzate sessioni parlamentari ogni cinque giorni, e che la costituzione è ormai data in dotazione ai ragazzi di Sukleen per pulire le strade della capitale, la ragione proposta sembra alquanto inconsistente. Provare con un’altra motivazione.

Nabih Berri si dichiara contrariato per gli attacchi ricevuti dal blocco opposto e reitera che il governo Siniora è e rimarrà illegittimo. Berri probabilmente si è dimenticato che l’1 settembre nel suo discorso a Baalbeck aveva messo sul piatto l’offerta di un presidente di consenso in cambio dell’accettazione da parte dell’opposizione del governo Siniora. Tutti sono concordi ora che il candidato di consenso sia Michel Sleimane. L’amnesia colpisce ogni anno migliaia di libanesi.

Walid Jumblatt nei giorni scorsi ha spezzato una lancia in favore dell’incorporazione di Hezbollah nell’esercito nazionale ed ha ricordato invece che ancora devono essere messi in pratica gli accordi di Taef, che prevedono fra le altre cose la creazione di un senato. È necessario ricordare che nel caso fosse costituito un senato, come previsto da Taef, la presidenza di questa seconda camera spetterebbe ad una figura drusa, per ragioni che guidano il sistema confessionale libanese. Uomo di stato.

Ancora nessuna voce si è alzata invece per l’introduzione del matrimonio civile in Libano. Potrebbe impegnare la mente dei libanesi in un momento di fiacca nella battaglia politica ed occupare l’opinione pubblica su un tema che poi i politici rimuoveranno a loro piacere al momento opportuno. È già accaduto, ma si aspetta fiduciosi nei prossimi mesi.

Molti libanesi sperano già che si arrivi in queste condizioni alle elezioni legislative del 2009, quando non ci sarà nè un presidente, nè un governo, nè un portavoce del parlamento. Questo sì che si chiamerà vuoto di potere! Ci sarà a quel punto un cambio totale della classe politica? Sognatori.

Intanto un comunicato ufficiale afferma che nessun albero di Natale sarà quest’anno abbellito a Baabda.

Le lucine si sono invece accese ieri nei suburbi, dove la gente è spontaneamente scesa per strada a bruciare ruote e copertoni per contestare il continuo taglio dell’elettricità, che colpisce indiscriminatamente tutte le aree della capitale per almeno tre ore al giorno. Quando quasi sei mesi fa cominciò il razionamento dell’energia, le autorità dichiararono che era relazionato con la strenua battaglia dell’esercito a Nahr el Bared. L’attacco al campo e il debellamento della milizia di Fatah al Islam è stato dichiarato ufficialmente concluso a inizio settembre.

Che stiano ancora combattendo lassù e non ci abbiano detto niente?

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Fumata orange e consenso in pillole


E 7…

C’è il consenso sul candidato, ma non c’è il consenso sul nuovo governo e le nuove cariche pubbliche. Quando raggiungeranno il consenso su queste questioni, potremo aspettarci un nuovo presidente o dovranno trovare il consenso sul nuovo portavoce del parlamento?

Un gioco senza fine, senza capo nè coda.

Improvvisamente la settimana scorsa la maggioranza, attraverso uno dei suoi più sconosciuti rappresentanti, ha buttato sul piatto della presidenza la candidatura del generale Michel Sleimane, capo supremo dell’esercito. La candidatura improvvisa ha lasciato forse più perplessi coloro che l’hanno lanciata che i possibili destinatari della proposta, l’opposizione.

Nel mezzo, tra il caos politico libanese e la candidatura di Sleimane, si è svolta la conferenza di Annapolis. Pochi giorni dopo è atterrata la proposta in casa libanese. Tempismo perfetto.

La sorniona opposizione sembrava aver accettato il candidato di consenso senza troppe pretese, silenziosamente sperando di non fare un passo falso e in qualche dichiarazione rompere il fragile castello. Mentre la coalizione del 14 marzo mostra i muscoli della sua unione indissolubile, presenziando conferenze stampa moltitudinarie e dormendo sotto lo stesso tetto, così non sembra per l’opposizione. Incontri pubblici tra membri dell’opposizione non sono all’ordine del giorno. Magari però la linea del telefono è rovente. Comunque non sembra esserci molta coordinazione. Con la candidatura di Sleimane, un passo falso o una dichiarazione confusa da parte di un membro di Hezbollah o del movimento di Aoun, ed il patto di “intesa nazionale” potrebbe saltare. Hezbollah si trincera dietro “opinioni personali” dei suoi membri e il sayed Nasrallah evita di fare dichiarazioni in questo momento. La sua ultima apparizione risale al 18 novembre.

La maggioranza non di crogiola decisamente negli agi di una miglior posizione. Alcuni pensano che si stia dando la zappa sul piede con la candidatura di Sleimane. La possibilità che possano trovarsi sotto l’albero di Natale un nuovo presidente che non li assecondi ed un nuovo governo senza una reale maggioranza non è così remota e fantastica. Tre anni giocando ai rivoluzionari ed in una manciata di giorni…pufff..finito. I re magi siriani a quel punto saranno già in cammino, pronti per approdare a Beirut all’inizio di gennaio e portare sontuosi regali al nuovo eletto.

Ma il consenso è ancora lontano. Tutti sembrano d’accordo su Sleimane, ma ci sono due questioni principali da risolvere.

La prima questione è quella dell’emendamento della costituzione (volutamente con la minuscola), pratcia necessaria per eleggere presidente il capo dell’esercito. Dai due blocchi hanno già fatto sapere che “in un paio d’ore si può fare”. Un po’ di cancellina qui, lì metti un omissis e quella pagina lì la puoi anche togliere che tanto spiega dettagliatamente alcune norme e regole costituzionali.

Leggere la costituzione libanese è come leggere gli auspici fra le viscere di un animale. I vari stregoni nazionali la interpretano ognuno a modo suo e se ci sono due posizioni differenti e non si raggiunge un accordo che si fa? La si cambia! Il Libano è la grande casa delle libertà. Freedom.

La seconda questione da affrontare con calma e una buona dose di ansiolitici a portata di mano è data dal fatto che…. Il generale ha detto no!

Il generale, in effetti, ha detto “ni” all’altro generale.
Si, no, silenzio, forse, ed alla fine è spuntato il “si ma”.

“Si ma” che non è ancora chiaro se sia più un tentativo di fare di Sleimane un presidente di transizione di soli due anni o se veramente si riferisca alla creazione di un nuovo governo dove i cristiani e l’opposizione abbiano un ruolo più forte.

Aoun compirà fra poco più di due mesi 73 anni. L’incarico presidenziale dovrebbe essere di sei anni (è successo un paio di volte nella storia del Libano…). 73 + 6. Si gioca sul filo del rasoio. Il sogno di una vita che potrebbe infrangersi. Piena comprensione.

Il generale ci terrebbe a lasciare finalmente il titolo di generale e acquisire quello di raiss. Difficile immaginarsi però le televisioni libanesi annunciare “il discorso del presidente Michel Aoun”. Come? E chi sarebbe costui? Forse sarebbe meglio “il discorso del presidente generale Michel Aoun”. Meglio accumularli i titoli.

Generale o presidente, i due Michel libanesi sono sulla stessa barca. Quello che lascia uno se lo tiene l’altro.

I libanesi tutti intanto continuano a divorare fast food breaking news che li tiene aggiornati ogni ora sull’evoluzione della trattativa.

Un esempio giornaliero da Naharnet.

- Sfeir incontra Ghanem
- Kouchner incontra Hariri e Berri
- Ghanem fa una dichiarazione
- Pharaon parla con l’ambasciatore italiano
- Kouchner non fa dichiarazioni
- Nassib Lahoud incontra Feltman
- Berri incontra l’ambasciatore egiziano
- Fneish incontra l’inviato dell’ONU Pederson
- Aoun non ha paura del vuoto costituzionale

che piatto succulento! Ma come fanno a mettere insieme poi tutte le informazioni che hanno raccolto? Credo che il segreto stia tutto qui. Cattiva gestione delle informazioni. Probabilmente avevano raggiunto un accordo già mesi fa, ma un portaborse sbadato si è dimenticato di menzionare quel piccolo particolare che sembrava così irrilevante. Pazienza. Si riaprono le danze. Il valzer continua.

Ma piuttosto. Il lettore che legge queste pillole lanciate sulla rete che ci ricava alla fine della giornata? Da un’esperienza quasi personale potrei dire che servono solo a incrementare la dipendenza della gente verso i politici, e sviluppare il subconscio per incubi notturni.

Quando tutto finirà, saranno in molti a prendere il volo per una vacanza in una terra esotica, o ad entrare in una comunità di recupero per gravi crisi di astinenza da bombardamento di informazione.

Anzi, sarebbe arrivato il momento di istituzionalizzarla questa comunità.

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Pollice Verso

Mentre l’ormai ex presidente Emile Lahoud proclama lo stato d’emergenza, le strade di Beirut non sono vuote, certo è venerdì sera e non c’è quel viavai solito, ma la gente esce ugualmente in strada in quello che doveva essere il giorno fatidico.

Mentre a Baabda la banda suona l’inno nazionale per salutare ufficialmente il tanto discusso presidente, in altre zone della città sono i fuochi d’artificio a segnare il ritmo. In questo caso celebrano la sua partenza. A Tarek Jdide ballano e cantano, e probabilmente sperano che i vicini di Dahiyye sentano la loro felicità, la loro vittoria.

Pirro, re dell’Epiro. Nessun vinto e nessun vincitore. La formula magica libanese. La situazione di ennesimo stallo si risolverà solo quando entrambi i contendenti potranno entrambi festeggiare, nello stesso momento, la vittoria. Tutti vincitori. Qualcosa riusciranno a inventarsi nei prossimi giorni. È l’unico modo per non deludere i propri sostenitori ed azionisti, e non servirgli sul piatto una sconfitta. Qualcuno perderà però.

I libanesi sono stanchi. È una vita di sussistenza. Programmi se ne possono fare, ma non a lunga scadenza. Domani. Domani cosa succederà? Si metteranno d’accordo o le mani addosso?

Molti si aspettavano che almeno oggi 23 novembre la situazione di stallo finisse, almeno momentaneamente. Ieri pensavano che qualcosa oggi sarebbe dovuto accadere, avrebbero deciso qualcosa, le acque si sarebbero smosse, nella buona o nella cattiva sorte. È logorante aspettare che succeda qualcosa. Boukra.

Coloro che rigettano la logica del “con noi o contro di noi” che caratterizza la politica libanese, e non si schierano con nessuno dei due schieramenti, sono i più colpiti. Non esistono ufficialmente e non sono accettati socialmente. Sono guardati da occhi increduli. Semplicemente gli altri non lo considerano possibile che una persona non possa schierarsi con uno dei due blocchi.

Sfortunatamente sono una minoranza e non riescono ad essere una massa critica. Difficile esprimersi, è estenuante la posizione in cui ti ritrovi, la politica, il potere, la battaglia per il potere permea la vita quotidiana.

Esclusi. Non fanno parte di una comunità specifica, né di un’etnia e non parlano un dialetto differente. È difficile riconoscerli, non portano stemmi né bandiere. Non formano parte di organizzazioni civili o religiose. Solo parlandoci riesci finalmente a capire che non tutti i libanesi fanno parte del gioco.

Un gioco che sta diventando sempre più pericoloso, e rischia di sfuggire dalle mani dei giocatori seduti al tavolo. Ma la lama non è a doppio taglio.

Quelli che pagheranno non hanno un soprannome, un titolo guadagnato in guerra o un’onorificenza nei loro nomi. Loro hanno solo sentito parlare, anche se quotidianamente, del bey, dell’hakim, del raiss, del sayedd e del general. Ai molti invisibili. Decisamente senza la voce necessaria per contrastare il muro di gomma.

Nel giorno in cui tutti i riflettori nazionali, regionali, internazionali e globali sono sintonizzati sulla “crisi” libanese e la continua diatriba dei suoi politici, in grado in un attimo di secondo di mettere il pollice verso sul futuro della popolazione, è giusto dare a loro la luce dei riflettori.

Nello “storico” giorno in cui si discute “il futuro del paese” e si cerca di allontanare lo spettro del “vuoto politico”, bisognerebbe pensare a queste figure con un volto che si confonde con quello di tutti gli altri, ma senza una voce che vorrebbe dire qualcosa di diverso.

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Global Warming


Niente festa dell’indipendenza domani 22 novembre. Il generale Michel Suleiman si è rivolto ieri ai propri soldati invitandoli a non prendere posizione di fronte ai possibili disordini che potrebbero aver luogo nel caso non si raggiunga il consenso sul nuovo Presidente della Repubblica, ma di vigilare in nome delle istituzioni nazionali.

Nella convulsa giornata di ieri NowLebanon, un’agenzia libanese decisamente schierata col blocco del 14marzo, ha spezzato la tensione e verso sera ha riportato la breaking news che Kouchner dichiarava ufficialmente posticipate le elezioni presidenziali a venerdì.

Kouchner. Kouchner che annuncia l’ennesimo spostamento delle elezioni presidenziali.

Sembra encomiabile il lavoro che il ministro francese sta svolgendo in queste settimane in Libano per portare il paese verso la stabilità. Se ne occupa come se fosse il suo figlioletto malato che pronto dovrà affrontare una difficile operazione. Va in Francia e torna dopo pochi giorni. A volte si ferma a salutare i vicini, oppure manda qualcun’altro. Questa volta Kouchner ha deciso che si fermerà fino alla fine, fino all’elezione, o perlomeno fino al 24.In effetti non è certo che ci sia un’elezione. Ma il fatto che sia stato lui ad annunciare da Bkerke, sede del patriarcato maronita, lo spostamento della sessione presidenziale lascia come un sapore fin de siècle Beirut. O meglio, dà il polso di come nel Libano di questi giorni sia ormai difficile trovare una figura che possa parlare, pacatamente, in nome di tutti.

Fino a poco tempo fa, in quanto “padrone di casa”, questo ruolo era riservato a Berri, il portavoce del Parlamento e leader di Amal, che non ci ha messo molto tempo ieri a dare l’annuncio ufficiale.

Ma proprio ieri l’ex “demiurgo” Nabih Berri è pure lui finito sotto accusa, insieme a Saad Hariri, coloro che sembrano i portavoce dei due blocchi in conflitto. Lo “squalo ferito” di Rabieh, si legga Michel Aoun, si è avventato contro il rappresentante sunnita e quello sciita, accusandoli direttamente di manipolare le prerogative della comunità cristiana, in uno slancio che cercava di muovere i più infimi orgogli settari.

Ma in Libano, per quanto ci si sforzi di negarlo, non sono solo i sentimenti comunitari che smuovono le acque. Di certo aiutano, ma la brama di potere è molto più grande. Il potere sembra l’unico toccasana contro i mali del confessionalismo politico. Una ong potrebbe nascere presto.

Intanto è global warming. Tutti si affrettano a parlar con tutti e si è perso il conto di chi ha visto chi. Difficile sarebbe essere nei panni di quella task force che si occupa di raccogliere tutte le informazioni su tutti gli incontri e passarle poi al proprio rappresentante. Perchè no, lo scontro pubblico non è fra due o più candidati alla presidenza. Loro stanno pressoché nell’ombra. Solo Aoun vorrebbe sfidarli tutti uno per uno a suon di guanti in faccia. Ma il gioco non funziona così. (un gioco simile apparso online è stato da poco censurato www.doumagame.com)

Amr Moussa, il segretario generale della Lega Araba, ha avuto rassicurazioni da Emile Lahoud, Hariri si è incontrato a Mosca con Putin, dove ha avuto ulteriori rassicurazioni sugli sforzi del Cremlino. Il presidente francese Sarkozy ha chiamato al telefono Bashar al Assad, da considerarsi un evento storico, considerati i rapporti tesi fra Francia e Siria dopo l’omicidio Hariri. Due inviati francesi hanno raggiunto allo stesso tempo Damasco personalmente, e Teheran ogni tanto dice la sua sulla situazione in Libano. Kouchner sembra che abbia chiamato al telefonino il ministro D’Alema durante una riunione italo-tedesca, per aggiornarlo sugli ultimi sviluppi della situazione libanese, e sembra che la Merkel gli abbia fatto i più sinceri auguri.

I falchi americani sembrano invece silenziosi. Le opzioni sono due. Hanno dato via libera alla Francia in Libano, oppure stanno preparando meticolosamente l’happening di Annapolis, in programma il 27 novembre, che dovrebbe riportare sui binari il processo di pace in Medio Oriente, ma che molti danno già come morto in partenza.

In ogni modo bisognava aspettarselo che la situazione si sarebbe risolta (trapela ottimismo dalle parole dell’autore) nelle ultime ore dell’ultimo giorno. Nel gioco al rialzo degli ultimi due anni, con tante questioni ancora aperte sul tavolo, sembrava improbabile che il nuovo presidente libanese potesse uscire da una pacata sessione del parlamento.

Venerdì è l’ultimo giorno disponibile. Accorrete numerosi.

Come sarà la notte di venerdì? Ci sarà un presidente di consenso? E saranno tutti contenti di tal consenso? A risposta affermativa, si riverseranno tutti nelle strade della capitale per sbloccare (momentaneamente) una tensione che dura da troppo tempo. A risposta negativa, o nel caso di un presidente di maggioranza, probabilmente si riverseranno in strada ugualmente, ma non saranno le stesse persone forse, e probabilmente avranno uno spirito, diciamo, più “guerresco”?

Il bellone francese, che in una delle sue ultime apparizioni a Beirut si era fatto riprendere a un matrimonio libanese ballando compostamente debke, potrebbe essere ancora qui venerdì notte. Nel caso si raggiunga il consenso, giurerei che potremmo vederlo ballare come un giovanotto questa volta, scandendo il ritmo del debke come un forsennato posseduto dallo spirito della danza araba.

Michel Hayek aiutaci tu. Vogliamo tutti vederlo ballare, please.

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Tutti in lista!

Conoscendo, non personalmente fortunatamente, l’irascibilità del generale più famoso del Libano, credo proprio che le parole rilasciate sabato da Massimo D’Alema durante la sua visita a Beirut, abbiano non poco alterato il comandante delle “truppe” arancioni di Rabieh.

Come se non fosse già abbastanza propagato in Libano e nella regione il profilo napoleonico di Aoun, ci volevano solo le parole di D’Alema per lanciarlo nel mondo globalizzato. Il nostro generale avrà pensato ieri notte prima di spegnere la luce della sua stanza, che forse ormai sarebbe meglio cambiare il proprio profilo napoleonico in uno più donchisciottiano, ed intraprendere già dall’indomani una epica lotta contro i temuti mulini a vento.

La Reuters riporta così le parole di Massimo D’Alema: “The negotiations are hitting a particularly difficult point because there is a player who says ‘I am the candidate’. This is clearly a problem.He thinks he is the candidate who can unite the country but, as an observer, it doesn’t seem likely to me. I urge him to have a flexible position and to be open to other candidates.”

Il Corriere della Sera, per solidarietà con lo stile carnevalesco nazionale, aggiunge quell’ironia che sempre sfoggia in queste circostanze il “manovale” della Farnesina: “Il negoziato è a un punto di particolare difficoltà. C’è un protagonista che ritiene di essere in grado di unire il Paese. Come osservatore non mi sembrerebbe. Lui dice di avere dalla sua i sondaggi… ho avuto un’immagine che ho allontanato subito da me”.

Riferendosi con una battuta al leader dell’opposizione italiana, il ministro degli esteri ha fatto inconsciamente un accostamento neanche troppo azzardato tra la situazione politica in Libano ed in Italia. Il dibattito sulla nuova legge elettorale, la voglia di dare una “spallata” al governo, un governo in bilico in quanto a numeri, disagio sociale che sfocia con violenza nelle strade, un’opposizione compatta che comincia a sfaldarsi,…Mi sono perso, di chi stavo parlando, dell’Italia o del Libano?

Non importa.

Resta il fatto che “come osservatore” della situazione in Libano, le parole sarcastiche pronunciate durante il viaggio “diplomatico” dal ministro degli esteri italiano sembrano un po’ fuori luogo nella caotica situazione libanese di questi giorni. Sarebbe meglio gettare acqua sul fuoco più che portare acqua al proprio mulino. Le acque del mare libanese sono agitate, e se qualcuno lo ha dimenticato, sono ancora disastrosamente contaminate dall’olio fuoriuscito dallo stabilimento di Jiyyeh dopo i bombardamenti israeliani del 2006. Quindi occhio a non scivolare sull’acqua.

Tutti intanto sembrano ottimisti.
D’Alema ottimista, Cousseran ottimista, Ban Ki-Moon ottimista, Hariri ottimista, Berri ottimista.
Ma i libanesi sono così ottimisti?

Sono due le categorie principali di libanesi che emergono in questi giorni.

Una è quella della libanese paranoica-schizofrenica che attraverso sms, televisione, giornali, web e voci di strada, a qualsiasi ora del giorno e della notte, deve assolutamente sapere com’è andato l’ultimo incontro tra quel deputato dell’opposizione che ha contatti nella maggioranza ed il rappresentante della lega degli elettricisti locali che ha vincoli familiari con un membro di un comitato vicino alle posizioni del clero. Questa libanese, più che sapere che cosa si sono detti, perchè non è mai pubblicamente dato sapersi, vuole sapere se è stato un incontro positivo o negativo. Questa libanese deve decidere se assumere una posizione ottimista o pessimista.

L’altra libanese, chiaramente agli antipodi, è quella che quando sente la parola “siassia”, politica, grida convulsamente e pone il veto radicale a qualsiasi argomento che tocchi il tema della politica. È impresa ardua in Libano, ma se questa persona sfoggia tutto il suo carisma, può conseguire nell’intento. Non vuole sapere assolutamente niente di quello che succede attorno, soprattutto perchè non interessata nelle diatribe fra il re di picche ed il fante di bastoni, o nell’ultima posizione che ha assunto il jolly.

In mezzo a questi due libanesi ci sono i media locali che, dopo che il patriarca Sfeir ha emesso la lista per entrare a Baabda la prossima settimana, si stanno sbizzarrendo con i nomi dei suoi componenti. Per fortuna sono solo maroniti, altrimenti sarebbe stato impensabile scandagliare il ventaglio di possibilità possibili.

Nassib Lahoud, Boutros Harb, Michel Aoun, Robert Ghanem, Joseph Tarabay, Demianos Qattar, Michel Khoury, Michel Edde, Riad Salame, Michel Suleiman. Ok, mettiamoci anche Chibli Mallat.
Personalità carismatiche, figure pubblicamente sconosciute, condottieri epici, eterni candidati ed impavidi contabili.

Nei prossimi giorni uno di loro si presenterà all’entrata del “Super Baabda Disco” ed infilerà compiaciuto la fila speciale per le liste, tra gli sguardi estasiati ed invidiosi dei normali avventori del locale, in coda da mesi. “Nome della lista, please?” “Lista patriarca”, risponderà. “Nome?” “Maroon + 18”. “Madamoiselle, ci sono tutti! Accompagni i signori al tavolo 4, e porti una bottiglia dello champagne più costoso. Dobbiamo celebrare il nuovo proprietario del locale! Ah, scusi. Prima di entrare, vorrei ricordarle che ci sarà altra gente seduta al suo tavolo. Sono i nostri azionisti locali ed alcuni partner stranieri che hanno investito sul locale, cerchi di essere compiacente con loro. Non sarebbe qui senza di loro. Scusi, ma non starà pensando di essere lei il festeggiato di questa serata?”

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mayday mayday mayday


Mi sentite? Mi sentite?
Tranquilli lavoratori, non è il primo maggio. Oggi non si scende in strada. Questo è un messaggio di aiuto. Aiuto in anticipo. Si può chiedere aiuto in anticipo? Ma a noi stessi? Aiuto per una risposta. In pochi giorni ci si comincerà a chiedere, “cosa fare adesso?”. “Come li possiamo fermare?”. Stanno proprio esagerando adesso.

Se sarà troppo tardi si vedrà. Lo sapevo, ci dovevamo pensare prima. Ma chi? Noi? Loro? Ma noi e loro siamo insieme?

Il mondo politico libanese, se la (co)scienza ci permette di chiamarlo così, sta portando il paese nel baratro, senza mezzi termini.

Si metteranno d’accorso?. La gente ormai non se lo chiede neanche più. La strada è super attiva come da tempo non era stata. Segno di benessere!. La gente è tranquilla! Ha fiducia! No. Passività, apatia. Paura. Paura dell’apatia della gente più che delle rituali parole forti dei politici. Un giorno si cerca lo scontro, un’ora dopo si parla di consenso, un caffé più tardi l’acceleratore dell’insulto è spinto su di giri. RRRROOOAAAARRR.

Fra manovre militari, o paramilitari, e riarmamenti dei civili, con tutta l’aria di essere incivili, in mezzo i libanesi si rassegnano al fato. La Dea della Fortuna. Nuova comunità e nuovi seguaci. Scongiuri e sacrifici sono ormai l’unico utile mezzo di sostentamento.

È in programma una interessante rassegna artistica la prossima settimana. Performance, teatro, danza. Artisti da tutto il mondo arabo. The show is going on. Niente biglietti, tutto gratuito. Ultimo spettacolo il 25. Ce la faranno? O ce la fanno, o lo spettacolo sarà a porte aperte, in pubblico, in strada, fra la gente. Ci sarà a quel punto posto per tutti? Certo, in quelle circostanze ci stanno tutti dentro. E non si paga!

Forse invece sarà il nuovo Presidente a chiudere il festival con un solenne omaggio agli artisti pervenuti, ringraziando il pubblico ed invitandolo alla prossima edizione fra applausi scroscianti ed un inno nazionale carico di patriottismo pronto a marcare le pause del discorso.

Mancano poco più di dieci giorni alla data fatale ed è curioso che ormai siano anche svanite le fantasmagoriche voci, e rumori, sul futuro del paese che tanto attecchivano nella capitale sorniona di non molti mesi fa. Il tempo non è più così tanto ormai. Ci si comincia a rendere conto che non è più il caso di scherzare, per il momento.

Quindi? Si aspetta? Si prova a fare qualcosa? Ma cosa? Come? Ci si è mai trovati in una situazione simile? Ma magari non succede niente. Si metteranno d’accordo. Compromesso: una parola magica che fa rima con Consenso (neanche tanto ad essere sinceri). Ma anche se ci fosse una soluzione, quale sarebbe questa soluzione? Inimmaginabile. E cosa potrebbe cambiare? Ne parleremo poi più avanti. Il fatto è che ne stanno proprio parlando (eufemismo dell’autore) ora. Ne hanno parlato per parecchio tempo.

Quante volte si sono seduti assieme? Tante, tante. Per sette o otto volte si sono riuniti tutti assieme. Pacche sulle spalle, sguardi di traverso, sorrisini ironici. Ma poi tante altre cose sono successe. Quante, quante. E poi ognuno ha cominciato a fare per conto suo, e da quel momento non ci si riuniva più tutti assieme, ma ognuno si riuniva con un altro da solo. Rapporti bilaterali. Da manuale scientifico del perfetto Stato-nazione. E poi dicono che sono solo una comunità contro l’altra.

E di cosa parlavano? Di tante cose hanno parlato. Ma si sono messi d’accordo su qualcosa? Ho come il presentimento che la risposta potrebbe essere negativa.

Ditemi di cosa parlavano. Voglio solo sapere di cosa parlavano. Chiedo troppo?

Ma noi invece di cosa parlavamo?

Messaggio per l’utente:

Quei cordoni di plastica simil-polizia che sono sparsi per la città con tanti colori, ci ricordano che pochi giorni fa è stata indetta per i giorni 8 e 9 dicembre una marcia ecologista per contrastare il cambiamento climatico.

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Tentar non nuoce


Khalaaaaaaass!!!
Bastaaaaa!!!

Con questo grido simbolico una manciata di giovani libanesi ha cercato di far sentire la propria voce e far capire ai politici locali che indietro, alla guerra civile, i libanesi non ci vogliono tornare.

Luogo di ritrovo, ugualmente simbolico, piazza Bechara el Khoury, a pochi metri da Sodeco, antico e principale asse di passaggio sulla linea verde che divideva Beirut Est ed Ovest ai tempi della guerra civile.

Simbolico anche l’occhio vigile sui giovani della boteriana statua che raffigura Bichara el Khoury, uno degli artefici di quel Patto Nazionale che nel 1943 pose le basi dello Stato libanese, e che oggi come mai dopo la fine della guerra civile, sta pericolosamente traballando.

A pochi giorni dalla supposta seconda tornata elettorale per scegliere il nuovo presidente della Repubblica, il messaggio che è stato lanciato non lascia dubbi.

Una campagna, quella di Khalass, una giovane associazione che si proclama indipendente, che è cominciata nelle ultime settimane estive, toccando quasi tutte le zone del Libano, e raccogliendo più di 30.000 firme. Risultato tangibile delle raccolta firme appunto, una petizione da mandare ai “nostri politici” pregando che prendano le proprie responsabilità e non facciano del paese dei cedri per l’ennesima volta un campo di battaglia.

Il riferimento ai “nostri politici” lascia non poco perplessi, considerato il valore di legittimazione che si concede a chi sta facendo del futuro del paese, e dei suoi cittadini, una questione di interessi personali, da una parte e dall’altra dello spettro politico.

Le associazioni della società civile libanese che hanno appoggiato la raccolta delle firme e gli obiettivi di Khalaas, sono come al solito moltissime, anche se poche hanno fatto capolino all’evento che si è svolto sabato pomeriggio.

Un’immagine a cui si è già assistito spesso negli ultimi anni. Manifestanti che si bilanciano in quantità con i giornalisti accorsi alla conferenza stampa e con i poliziotti libanesi che li osservano tranquillamente fumando pacchetti interi di sigarette seduti sulle loro nuove e fiammanti jeep american-style.

Non è una novità che la cosiddetta società civile libanese non riesca a coordinarsi, o meglio dire, non sembra abbia voglia e faccia sforzi per coordinarsi e proporre qualcosa di quantitativamente più contundente. La qualità c’è sempre, ma la quantità praticamente mai. Nonostante spesso gli obiettivi siano comuni, è difficile vederli tutti assieme. Troppi screzi interni, troppe dispute e troppi personalismi che alla resa dei conti fanno apparire questi eventi, nonostante gli ottimi principi e obiettivi, come dei raduni d’elite tra amici di sempre.

Peccato, sarebbe veramente un bel colpo d’occhio vederli tutti assieme, considerata la vibrante sfera dell’attivismo libanese. Un colpo d’occhio che è invece quello di una trentina di ragazzi con cartelli, bandiere e magliette bianche. Il traffico del sabato pomeriggio, che si sofferma solo brevemente, è attirato dalla semplice ed usuale curiosità libanese nel vedere qualcuno che si attiva in pubblico e non sembra far parte di nessun partito specifico.

Buon segno quello di esporsi in pubblico, mostrare alternative alla frustrazione che pervade i cittadini libanesi. Ma fra il dire ed il fare c’è di mezzo il processo elettorale, e più concretamente il potere dei grandi capi libanesi, quelli che mettono sempre l’ultima parola sulle questioni nazionali.

Le voci già si rincorrono in città sull’ennesimo rinvio della Grande Decisione. Martedì, data stabilita per il rincontro nel primo atto svoltosi a fine settembre, sembra proprio che il Parlamento sarà vuoto come ormai di consuetudine. Già ci si chiede se ci sarà un’altra sessione in un paio di settimane, o se si andrà direttamente alla fatidica data del 13 Novembre, giorno in cui alcuni esponenti del blocco del 14 marzo hanno già dichiarato che eleggeranno un Presidente per semplice maggioranza. Opzione che getterebbe minacciose ombre sul futuro del Libano.

Nonostante l’ottimismo della triade europea Kouchner, Moratinos, D’Alema, scesa a mettere ordine tra le parti in conflitto, gli elementi per essere fiduciosi non sono molti. Degno di nota comunque quello che hanno conseguito i tre ministri degli esteri euro-mediterranei : mettere allo stesso tavolo tutti gli attori di questo grande kolossal libanese. Un’immagine che i media locali da tempo non mostravano sui grandi schermi.

Il casting per decidere chi sarà il nuovo Presidente non si è ancora concluso, ma sicuramente la società civile libanese difficilmente troverà orecchie che si soffermino anche solo un minuto ad ascoltare il loro richiamo all’ordine…

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La corsa alla presidenza libanese – primo atto, scena seconda


Una delle voci che insistentemente circolava in città durante la prima settimana di settembre sembra che si sia finalmente dissolta nel nulla. La Voce del Popolo annunciava che nei giorni antecedenti al 25 settembre, giorno previsto per il primo round in parlamento per l’elezione del Presidente della Repubblica, una serie di bombe sarebbero esplose in differenti zone della capitale per tre o quattro giorni. A quel punto l’esercito avrebbe ristabilito l’ordine prendendo militarmente il potere, che avrebbe mantenuto per due anni, fino a quando non avrebbe affidato il governo a, udite udite, Bahia Hariri, sorella del più noto Rafiq, primo martire di questa nuova fase storica libanese. Fortunatamente niente di tutto ciò è accaduto, e sfortunatamente per Bahia Hariri, perchè sarebbe stato stuzzicante vivere due anni nel limbo, avendo però la certezza dell’elezione di un governo capeggiato da una donna. Peccato, sarebbe stata la vera rivoluzione di una società marcatamente e sfacciatamente patriarcale.

Scende invece il silenzio dopo la pantomima del 25 settembre in Place de l’Etoile. La maggioranza al governo si è presentata compatta alla sede del parlamento, forte dei suoi 68 rappresentanti. L’opposizione anche si è presentata in gran numero, in primis i membri di Hezbollah e Amal, ma nella sala della riunione parlamentare hanno fatto solo capolino… Il deputato di Hezbollah, Hussein Hajj Hassan, a “cerimonia” conclusa si è soffermato sulla porta della sala, buttando la testa dentro, ma titubante nel metterci piede, forse per paura di essere contato. Un altro deputato invece, come Ali Hassan Khalil, del partito di Amal, ha partecipato come osservatore alla pantomima e si è messo a discutere scherzosamente e piacevolmente con Saad Hariri. Altri deputati dell’opposizione, sebbene nell’edificio del parlamento, sono entrati a sessione conclusa, come se fossero al liceo ed entrassero in classe un’ora dopo perchè non preparati per l’interrogazione di educazione civica. Più curiosità desta il comportamento del grande demiurgo del dialogo nazionale, nonché portavoce dello stesso Parlamento, colui che aveva proclamato la sessione per il 25. Nabih Berri infatti non si è presentato in sala, lasciando al vice presidente del parlamento il piacere di posticipare la nuova sessione al 23 ottobre.

Il “demiurgo” si è invece intrattenuto privatamente con Saad Hariri nella cordiale cornice del palazzo del parlamento, in quello che tutti dicono essere stato un piacevole e positivo incontro. Il tutto non sembra avere alcun senso se si considera il fatto che il “demiurgo” è forse la persona che in Libano rappresenta le posizioni più vicine alla Siria, dopo tanti anni di accondiscenza. Anni addietro, ai tempi dell’amnistiata guerra civile, arrivò anche a dire che “I am a Lebanese in Syria, and a Syrian in Lebanon”; di più non è necessario aggiungere.

La questione, o il rompicapo, è che al momento attuale Hariri e Berri sembrano gli unici pronti ad una soluzione di consenso, che può voler dire in altre forme, un riavvicinamento tra Siria e Arabia Saudita, un po’ come ai tempi degli accordi di Taef, “lasciateci mano libera col governo, e vi lasciamo liberi di sguazzare in Libano”. Anche nei giorni antecedenti all’attentato di Antoine Ghanem, l’unico esponente della maggioranza a raccogliere l’invito di Berri al consenso fu lo stesso Hariri. Un Hariri che il giorno dell’omicidio Ghanem dopo aver definito ripetutamente i siriani come dei codardi, in uno sfoggio inaspettato di personalità, si è riversato, poche ore dopo la sessione mancata, in una nuova crociata antisiriana, in un’ intervista rilasciata alla catena FOX news. Attacco diretto ai siriani, ma colloquio piacevole con Berri. Difficile spiegare l’arcano con dosi di buon senso.

Quelli che invece non ne vogliono proprio sapere della parola “consenso” sono decisamente Walid Jumblatt e Samir Geagea. Entrambi non perdono occasione di confermare la propria posizione: elezione del presidente per maggioranza più uno del quorum. É indubbio che la loro politica è quella di arrivare al 24 novembre, o forse già al 23 ottobre, ed eleggere un presidente di maggioranza, che avrà l’avvallo costituzionale, e quindi costruire le barricate pronti all’offensiva dell’opposizione. Probabilmente dovranno scontrarsi con il blocco di Hariri ed il patriarca Sfeir, che ha pubblicamente “pregato” per un presidente di consenso.

A rimetterci questa volta, come anche dopo l’accordo di Taef del 1989, sembra che siano nuovamente i cristiani, che per l’ennesima volta vedono la carica, ormai pressoché simbolica, di presidente venir barattata dalle altre comunità.. Il patriarca, che sembra il vero rappresentante ufficiale cristiano nella corsa alla presidenza, sembra infatti l’anello debole della trojka che sta discutendo la situazione nazionale, formata da Berri, Hariri ed appunto Sfeir. C’è tutta la impressione che i soliti noti, Aoun e Geagea, coloro che hanno maggior seguito popolare cristiano, saranno presto tagliati fuori dai giochi, sempre escludendo una escalation o un colpo di mano.

Intanto ci si chiede se la sessione di ieri sia possibile considerarla come il primo round, e che quindi darebbe già spazio alla possibilità di eleggere un presidente di maggioranza semplice, come dice la costituzione. L’assenza di Berri si potrebbe leggere sotto questa ottica, e può essere in futuro un motivo di facile contestazione da parte dell’opposizione, considerato che la “battaglia” si gioca apparentemente nella cornice del testo costituzionale.

Per dovere di cronaca, i parlamentari della maggioranza si sono presentati alla sessione sfoggiando quella semplice e fine sciarpetta bianca e rossa che tanto ha fatto furore in Libano in quel ormai così lontano 14 marzo del 2005. Lontano per la quantità impressionante di eventi succedutesi, e lontano dai sentimenti della maggior parte dei libanesi, che non sentono più quella brezza di libertà che ha caratterizzato la primavera del 2005, ma un’insopportabile afa che rende l’aria irrespirabile e che ha assunto i contorni sempre più chiari di una battaglia per accaparrarsi il potere.

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L’Ottavo Martire


Manciate di riso volano sulle teste dei partecipanti al corteo funebre che saluta per l’ultima volta l’ennesimo martire della maggioranza del 14 marzo, Antoine Ghanem, morto assieme alle sue due guardie del corpo, vittime senza scampo della bomba che mercoledì pomeriggio ha dilaniato il quartiere cristiano di Sin el Fill.

Non è stata quella moltitudine sperata e programmata dalle forze della maggioranza, ma ugualmente impattante alla vista. Il feretro, procedendo dall’ospedale Libano-Canadese situato nei pressi dell’attentato sanguinario, ha attraversato lo spettrale quartiere di Furn el Chebbak, che si presentava con le saracinesche abbassate in tutti i negozi e centinaia di poster raffiguranti il deputato del Kataeb Antoine Ghanem e le sue guardie del corpo. Quartieri che sono feudo popolare cristiano per eccellenza, la cui prossimità all’infame “Green Line” della guerra civile ha fatto pagare un caro prezzo agli abitanti di queste aree.

Non tutti i manifestanti arriveranno però fino al quartiere di Badaro, per assistere alla commemorazione funebre celebrata alla chiesa maronita del Sacro Cuore.
Salta all’occhio che non c’è in questo offuscato venerdì di settembre la stessa massa che ha salutato Walid Eido, vittima in giugno di un simile attentato, né tanto meno quella massa oceanica che lo scorso novembre ha accompagnato il corpo defunto di Pierre Gemayel nella centrica Piazza dei Martiri.
Questione di importanza della vittima, o forse di stanchezza da parte di quei libanesi che hanno, da quasi tre anni a questa parte, già assistito ad otto “funerali politici”.

A salutare Ghanem fino al termine della cerimonia rimangono principalmente politici, giornalisti, guardie di sicurezza e l’esercito nazionale. I membri del 14 marzo sono quasi tutti presenti, Hariri, Geagea, Jumblatt, Atallah, Hamadeh,…, quelli assenti lo avranno seguito probabilmente dalla hall del “full-booked” Hotel Phoenicia sulla Corniche beirutina, riservato dalla maggioranza per i prossimi due fatidici mesi per motivi di sicurezza.

Tra il pubblico ci sono, i giovani del Kataeb, che hanno preceduto il corteo marciando a passo cadenzato ed a suon di musica da parata militare, ragazzi e ragazze indistintamente.
E poi i giovani drusi del PSP ed i seguaci delle Forze Libanesi, un tempo branca del Kataeb. I giovani del Mustaqbal, la fazione sunnita liderata da Hariri, sono presenti solo con una bandiera, come l’altro gruppo sunnita, i Murabitun, antica milizia che durante la guerra civile ha mantenuto per lungo tempo coi palestinesi il dominio di Beirut Ovest. Trentuno anni fa questi gruppi combattevano ferocemente l’uno contro l’altro nella celebre e mediatica “guerra degli hotel”, nei pressi della corniche. Ora manifestano assieme, i nemici sono cambiati e l’obiettivo comune è quello di eleggere un nuovo presidente che sfugga alle manipolazioni siriane e completi l’intifada al istiqlal del 2005, come abitualmente affermano i membri del 14 marzo.

Proprio dall’hotel sulla Corniche i parlamentari del 14 marzo si sposteranno martedì prossimo al vicino Parlamento per cercare di eleggere il nuovo presidente della repubblica libanese.
Difficilmente riusciranno nell’intento così velocemente, ed alla prima sessione programmata. Il dibattito, se nel bel mezzo di omicidi politici si può ancora parlare di dibattito, è fra l’elezione di un presidente di consenso, opzione caldeggiata dall’opposizione, ed uno eletto per maggioranza semplice, sostenuta apertamente tra le file del 14 marzo dal leader druso Jumblatt e da Samir Geagea.
Termine ultimo sarà il 24 novembre, giorno in cui l’invisibile presidente Lahoud dovrebbe uscire di scena, ed il 14 marzo, con una maggioranza ora striminzita di tre voti, potrebbe, coperto dalla Costituzione, promuovere il suo candidato. Ancora due mesi, molti per il Libano e pochi per risolvere una situazione che in questi giorni sembra che possa sfociare solo in un confronto armato o in un doppio governo.

L’omelia finisce poco dopo lo scoccare delle 13. Resta da celebrare l’ultimo tradizionale e ricorrente saluto per il nuovo martire Antoine Ghanem. La bara viene portata a braccio dai giovani del partito ed innalzata e scossa verso il cielo, nell’ultimo ballo di un competizione che sta appena cominciando, ma a cui Antoine Ghanem non potrà partecipare.

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Commemorazioni di fine estate


In viaggio verso l’eredità di Musa as Sadr

Già dalle prime ore del mattino cominciano i preparativi per la commemorazione del conclamato “imam nascosto”, Musa as Sadr, fondatore all’inizio degli anni settanta del movimento Amal. Nei suburbi della capitale, bastione sciita ed Hezbollah, sventolano le bandiere verdi di Amal e strompettano i clacson, cornice del quotidiano caos. A controllare il traffico ed organizzare gli autobus è il servizio d’ordine di Amal, che per una volta esce autoritariamente in pubblico e scalza dai suburbi i consueti volti degli uomini di Hezbollah. Poco importa, non c’è spazio per una competizione intra-sciita, l’imam Musa as Sadr è l’icona e l’origine dello sciismo politico libanese ed entrambi i gruppi ne rivendicano consensualmente l’eredità.

Dalle periferie di dahyie i minibus si lanciano festosi sulla strada verso Baalbeck, ed all’incrocio di Baabda-Hazmieh, cominciano a confluire con gli altri manifestanti provenienti dal Janub, da Sour, Saida, Nabatieh,… Mano a mano che ci si avvicina a Baalbeck, i janubiee, gli abitanti del sud del Libano, diventano oggetto di simpatico scherno da parte dei baalbakini, che li apostrofano scherzosamente come “rozzi e campestri”. Entrambe le regioni sono a grande maggioranza sciita, come a dimostrare che la “diversità” in Libano non è solo confessionale ma anche regionale, dando un pizzico di normalità ad un paese che si nutre di rancori comunitari, famigliari e clanici.

Ma non sono solo i seguaci dell’imam a riempire le strade. Il cammino da Beirut a Baalbeck, passando per Aley, Chtoura, Zahle, fin dentro alla valle della Bekaa, è un susseguirsi continuo di militari ed auto del soccorso civile di Amal. Vuoi per lo spostamento del presidente del parlamento Nabih Berri dalla sua residenza beirutina di Ain el Tineh, ogni crocevia sulla strada principale, è pattugliato dal minimo di un paio di militari armati o dal massimo di un carro-armato, nel caso di luoghi particolarmente sensibili, confessionalmente questa volta, o politicamente più concretamente.

I poster che celebrano l’evento si susseguono con la stessa cadenza dei militari armati a lato della strada verso Baalbeck, e, nelle differenti tipologie, innalzano Nabih Berri, special guest dell’evento, all’altezza di Musa as Sadr. I due più importanti leader di Amal si guardano negli occhi ruotando sull’asse di simmetria dato dal grande tempio di Bacco nella capitale della Beeka. Storia, fondazione, mito ed eredità.

Traffico congestionante sulla strada e troppi manifestanti a Baalbeck. Troppi per il ristretto e conviviale spazio dove il presidente del parlamento ha promesso importanti novità per superare la crisi nazionale. Come spesso accade in Libano, le manifestazioni di massa e le commemorazioni si tramutano in una tribuna politica per lanciare nuove proposte ad effetto su scala nazionale.

Molti dei manifestanti preferiscono ciondolare su e giù per le strade di Baalbeck, in quella che è a tutti gli effetti una giornata di festa, nonostante la tragicità della commemorazione di una personalità scomparsa nel nulla 29 anni fa. In quel tragico giorno di agosto, il passaporto dell’”imam” fu ritrovato a Roma, ma molti speculano con certezza che dalla Libia di Gheddafi non ne uscì mai, al pari dei suoi due accompagnatori.

L’organizzazione di Amal non è certamente paragonabile alla rigida ed ordinata sicurezza che sfoggia Hezbollah ad ogni evento che organizza. Gli uomini non sono separati dalle donne, il servizio di sicurezza dentro al recinto è più parte del pubblico che vigile attivo e protettore dell’incolumità, la voce di Berri lascia molti indifferenti proseguire il loro speciale pic-nic e bambini incuranti corrono in circolo all’impazzata. Molti altri si incamminano verso gli autobus ancora prima che Nabih Berri possa lanciare la nuova proposta dell’opposizione al governo di Siniora: “basta parlare di governo di unità nazionale, c’è tempo, prima cerchiamo di eleggere invece un presidente della repubblica di consenso”. Una vera e propria mano tesa al governo, oppure una delle ultime cartucce di un’opposizione che non si aspettava tanta “resistenza” da parte delle forze del 14 marzo.

Con le ultime parole di Berri, il sole scende velocemente nella valle della Beeka, ed il caldo secco di Baalbeck si spegne lasciando spazio al consono umido tepore di Beirut, dove si stanno giorno dopo giorno scaldano i motori per la grande corsa presidenziale.

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Promesse


“Una colossale sorpresa che può cambiare le sorti della guerra e della regione”. È questa la promessa che Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, ha lanciato martedì notte nel caso dello scoppio di nuove ostilità sul fronte israeliano, di fronte a migliaia di manifestanti che assistevano alle celebrazioni per il primo anniversario della “vittoria divina” nella periferia della capitale libanese.

A differenza di quanto accadde lo scorso settembre, quando il sayyed Nasrallah comparve in prima persona per celebrare la vittoria divina con la propria gente, martedì notte ha preferito, per ragioni di sicurezza, proiettarsi dal maxischermo installato a dahyia.
Anche la banlieu di Beirut non è più quel panorama di distruzione che si presentava un anno fa, ma si alternano ora spazi vuoti e cantieri per la ricostruzione, specialmente nelle zone di Haret Hreik e Bir el Abed, antiche sedi del quartiere generale del partito sciita.
Le strade dei suburbi sono tappezzate di manifesti con la parola waad, promessa, di un futuro migliore e di una casa che gran parte della popolazione ha perso l’estate scorsa. Waad è infatti il nome della nuova compagnia creata appositamente per la ricostruzione dei suburbi, e ramo di Jihad al- Binaa, impresa edilizia di bandiera di Hezbollah. Non poche sono le voci critiche verso quella che è stata definita la nuova Solidere, con riferimento alla compagnia dell’ex primo ministro Rafic Hariri che ricostruì, alla fine della guerra civile, il centro città della capitale, distruggendone quasi completamente la memoria storica. “Al-waad al-sadiq”, la fedele promessa, è nata lo scorso giugno e sta lavorando autonomamente nella ricostruzione delle periferie, sotto l’egida del partito sciita e fuori dal controllo statale.

Immersi in questa atmosfera di promesse, i sobborghi della capitale hanno cominciato a celebrare la vittoria divina già dal primo pomeriggio, con fuochi d’artificio, shebeb in corteo su motorini a tutto gas e cortei di macchine imbandierate e strombazzanti.

L’appuntamento è in prima serata, alle 20.30, momento in cui il leader Hassan Nasrallah, nome di battaglia Abu Ali, teletrasmetterà su maxischermo il suo accorato discorso al popolo libanese. Ad ascoltarlo sarà una moltitudine di persone, donne e uomini, rigorosamente separati da un cordone di sicurezza, composto anch’esso di uomini e donne. Non sarà la stessa folla oceanica dello scorso 23 settembre, uscita per la prima volta allo scoperto dopo la guerra estiva per celebrare la resistenza sciita, ma il colpo d’occhio resta impattante.

Il discorso di Nasrallah ha il suo punto di forza nella promessa fatta ad Israele, che assomiglia tanto a quella tattica della deterrenza tipica della guerra fredda. Poca politica interna, un inequivocabile appoggio all’esercito libanese, un’evocazione storica del fondatore del movimento sionista Theodor Herzl, e molto amore per le masse, con un dettagliato resoconto delle spese per la ricostruzione ed un velato attacco al “corrotto” governo Siniora. Un’invocazione alle masse arabe, musulmane, in nome di quella vittoria divina che gli ha permesso di alzare la testa dopo una lunga epoca di sofferenze.
Assente, o quasi, dalle parole del leader e dalla manifestazione di dahyia, la popolazione cristiana libanese, nonostante l’importante alleanza interna con il generale maronita Michel Aoun.

Ad un anno dalla “vittoria divina”, il grande capo della comunità cristiana, il patriarca Nasrallah Butros Sfeir, ha invece ricevuto Jeffrey Feltman, il sempre impegnatissimo ambasciatore americano con la passione per le visite ai leader locali. Si parla di una visita ufficiale per esprimere gli auguri dell’annunciazione, ma si specula su un possibile accordo sull’annunciazione del candidato “americano” alla presidenza della Repubblica libanese. Un incontro che ha il sapore di un tentativo di appianare la situazione di stallo interna, che si sta facendo sempre più incandescente. A surriscaldare lo scenario, soprattutto la “disponibilità” data nei giorni scorsi da parte del comandate dell’esercito Michel Suleiman di portare avanti una presidenza di transizione, nel caso non si giungesse ad un accordo entro il 23 novembre, giorno in cui l’ormai invisibile Emile Lahoud dovrà lasciare Baabda.

La disponibilità di Suleiman lascia ora perplessi molti libanesi, soprattutto tra le file del blocco del 14 marzo, ma anche fra quelle forze dell’opposizione che senza remore vedono unicamente Michel Aoun come nuovo presidente. La proposta di Suleiman è arrivata di pari passo con la dichiarazione dello stesso sull’estraneità della Siria, o di certe correnti libanesi, dietro la milizia di Fatah al-Islam, che ancora, dopo quasi tre mesi, e sembra una disponibilità di armi illimitata, sta sopravvivendo nel campo assediato di Nahr el Bared. Dopo l’uscita allo scoperto di Suleiman, i libanesi sembrano essersi risvegliati dal lungo letargo dell’orgoglio nazionale per l’esercito; ed ora cominciano a speculare sui possibili legami del nuovo pretendente al trono cristiano con la Siria, considerato anche che rivestì tale carica durante il “protettorato siriano” in Libano.

Le celebrazioni della “vittoria divina” si chiudono con un provato ed accalorato Nasrallah salutando le masse ed inneggiando alla moqawama, la resistenza, e con l’insolita immagine dell’esercito nazionale libanese che presidia la zona attorno ai suburbi quasi spalla a spalla con il servizio interno di Hezbollah.

I manifestanti si riversano in massa per le strade della capitale a celebrare una vittoriosa serata di promesse. Probabilmente quando si risveglieranno dalla “sbornia”, resteranno solo le ormai consuete poche speranze per la sempre più travagliata vita quotidiana.

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“killo al-hhaq a’ala el-arman“, ovvero “tutta la colpa è degli…armeni”


Cronaca di una giornata elettorale nel Libano cristiano.

Sono 418 i voti di differenza che alla fine della lunga notte di agosto divideranno il candidato aounista Camille Khoury e l’ex Presidente della Repubblica libanese Amin Gemayel. Una sfida che aveva già assunto nelle settimane precedenti un valore simbolico, scatenando una vera e propria “battaglia” tra cristiani libanesi per accaparrarsi il feudo del Metn e per dimostrare la vera leadership cristiana.

Da una parte il semisconosciuto Camille Khoury a rappresentare la coalizione formata dal Movimento Patriottico Libero di Aoun, lo zaim greco-ortodosso Michel Murr e lo storico partito armeno del Tachnag. Dall’altra parte lo zaim Amin Gemayel con la sua roccaforte di Bikfaya, appoggiato dalle Forze Libanesi di Samir Geagea e dalla coalizione governativa del 14 marzo.
Se nella serata di domenica ancora i risultati erano incerti, entrambi i candidati già annunciavano fragorosamente la propria vittoria, ed all’indomani, risultati ufficiali alla mano, le posizioni cambieranno con poche sfumature.

Nella giornata che segue il voto elettorale, la solida e consolidata equazione libanese “nessun vincitore, nessun vinto”, sempre utilizzata alla fine di una disputa politica, si è magicamente tramutata in “tutti vincitori”. Questa è stata la reazione sia del “vincitore ufficiale” Aoun che del “vincitore nazionale” Amin Gemayel. Se da una parte si invoca la vittoria elettorale, dall’altra la “sconfitta” si tramuta in una vittoria dei cristiani e della loro rappresentazione nella regione del Metn, con speciale riguardo verso la comunità maronita. Le conferenze stampa del lunedì di Amin Gemayel e Michel Aoun lo confermano. Ragionamenti difficili da seguire. Il concetto di vittoria si relativizza ed assume una flessibilità sorprendente. Come già avvenne il 14 agosto dello scorso anno, alla fine della guerra tra Israele ed Hezbollah, con il paese dei cedri, ad un anno di distanza, ancora costretto a leccarsi le ferite.

Tramutare le sconfitte in vittorie non esime dal trovare un capro espiatorio per i propri mali. Colpevole numero uno sembra essere questa volta la comunità armena ed il partito del Tachnag, che ha fatto tendere la bilancia verso la coalizione di Michel Aoun. In un’era di comunitarismo sfrenato, di “o con noi o contro di noi”, la percezione di un’intera comunità può trasformarsi radicalmente nell’arco di poche ore. Senza tralasciare quella certa tendenza a rivelare un’idea di una cristianità di prima e seconda categoria che scaturisce dalle parole delle forze governative.

Si parla di cristianità in questa domenica di agosto. L’altro seggio in ballo, a Beirut, per rimpiazzare il “martire” sunnita Walid Eido, si è trasformato in un plebiscito per la Corrente del Futuro di Hariri. Un plebiscito che ha visto però un’affluenza minima alle urne del 18%.

A parte la calma della Beirut musulmana, in tutto il Metn e nella parte orientale della capitale, si è respirato un’atmosfera da finale dei mondiali di calcio. Caroselli di macchine straripanti, bandiere, clacson, musica e fuochi d’artificio. Nella confusione degli informali exit-pool difficile era capire chi fosse il vincitore, e la quantità di bandiere e supporter nelle strade rappresentavano l’unica pista utile. Alla fine la spunteranno “ufficialmente” gli arancioni di Aoun, che nella notte si raduneranno nel quartiere beirutino di Jdeide per celebrarlo, rinforzati dai seguaci di Amal ed Hezbollah, scesi dalla banlieu scandendo l’ormai tradizionale slogan “Dio, Nasrallah e tutto Dahye” (il suburbio bastione di Hezbollah).

Le modalità rimangono però le stesse, nonostante entrambe le forze si sforzino di definire la democrazia come il vero vincitore di questa domenica d’agosto. Necessario spezzare un’unica lancia verso la pressoché assenza di problemi di ordine pubblico, considerato però anche l’ingente spiegamento dell’esercito. Gli attivisti del LADE (Lebanese Association for Democratic Election), riconosciuta ufficialmente dal governo per monitorare le elezioni, si aggiravano a gruppi per le strade del Metn in pettorina blu. Il giorno seguente hanno rilasciato un comunicato stampa sullo svolgimento delle elezioni che si può riassumere in tre frasi: pressioni da parte di membri delle circoscrizioni elettorali, falsificazione di tessere elettorali e nomi di votanti con più di 100 anni di età sulle liste.

I costi della campagna elettorale devono essere stati alti per entrambi i candidati che normalmente in queste occasioni organizzano convogli per raccogliere le persone per portarle ai seggi o offrono “piaceri” in cambio di un voto. Rumori difficilmente dimostrabili, ma che sono ormai diventati un’imparziale realtà libanese, e che fanno da sfondo ad una campagna elettorale che ha giocato molto sull’onore, il sentimento ed il rispetto verso il “martire” Pierre Gemayel.
I seggi elettorali si presentavano decisamente “monitorati” da aounisti e falangisti in una sorta di bilanciamento elettorale, con corrispettivi banchetti, poster e bandiere. Il verde onnipresente dell’esercito ha dato colore e al costante contrasto bianco-arancione.

Entrambi i blocchi sembravano sapere, attraverso fonti segrete ma sicure, ed a processo elettorale in corso, di “avere il voto del 75% dei cristiani” o di “aver vinto con uno scarto fra 6000 e 10.000 voti”. Dichiarazioni che giocano sulle masse a livello mediatico-propogandistico, ma che fanno traspirare anche il sapore della frode.
Non sono mancate le rappresentazioni di scene dal film il “Padrino”, di cui la processione di persone che scende a portare rispetto e supporto al “beit zaim”, la casa del capo-villaggio, è senza dubbia la più acclamata.
In nome della democrazia tanto propagandata e difesa a spada tratta da entrambi le parti politiche, tali immagini dovrebbero far riflettere i cittadini libanesi.

La parvenza di libertà democratica che giocano entrambe le parti in Libano, il basso scarto elettorale finale e le continue e populistiche accuse reciproche, dovrebbero portare a reinserire per decreto ministeriale quel concetto di autocritica rifondatrice che sembra ormai scomparsa dalla incandescente scena politica libanese.

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Ahzab w Alwan


“I give you Saad Hariri but in return I want five stickers, among them two laminated silver emblems of political parties and at least another sticker of one of the current political leaders!” No worries, Lebanese political parties did not turn themselves into football teams and surely Lebanon is not going through the football market in this humid summer that comes before the presidential elections.

“The idea was inspired by the great passion for the Italian Panini stickers of the soccer players and, at the same time, by the will to find something to unify Lebanese people and make them think over about their history”, affirms Karim Taleq, engineer, twenty-two years old, freshly graduated at the American University of Beirut. “Together with other two friends, Maroun Nasser and Omar al Housseini, we have decided to found the Safina Group and jump into the market with this stickers collection that represents the most important Lebanese political parties and the historical political offices of the country since its foundation”. These young Lebanese entrepreneurs, between twenty-two and twenty-five years old, perfectly mirror the steady hope of the new Lebanese generations to succeed in changing something within the country, despite the corrupted and chaotic national politics.

“The knowledge of Lebanese history is the first goal behind the project”, says Karim Taleq, “with the major purpose to establish an educational game in order to make young people know the political candidates, to better understand their programs and easier the steady tense political situation”.

The title of the stickers collection is “Ahzab w Alwan”: Parties and Colors. Nowadays, colors in Lebanon are synonymous and intellectual property of the different political parties. Yellow belongs to Hezbollah, green to Amal, orange to Aoun and blue to Hariri,…

“Parties and Colors” is the first Lebanese stickers collection. The collection is an example of great human diplomacy, which is crucial if you like to deal with Lebanese history and its political background. “We have dedicated two pages of the collection to establish the selection criteria in order to avoid critics and gain some credibility within the Lebanese market”, says Karim Taleq. “The main problem in Lebanon is that there is no official national history book, therefore it is difficult to look at things objectively. Our goal is to face this challenge through the stickers collection and our inner dream is to unify under this umbrella project the young fellows of the Chuf, Dahiya, Achrafie and of all Lebanon”.

Criticism can easily arise. People can question the choice made by the authors, particularly within the same political parties. For instance, the sticker of Soubhi Toufaily appears in the page dedicated to Hezbollah. Toufaily, former general secretary of the party, is now enemy number one of the Party of God, but “without any doubt a personality that shaped Hezbollah and he is an important character of the party history; it can help people not to easily forget the past”. Amnesia is one of the most favorite therapies suggested by Lebanon political leaders. Another example is Mostapha Shoumran. “Doctor Shoumran was not known on a national level, but within Amal is considered an hero”, says Karim Taleq. Controversially, he is included though he is not Lebanese but Iranian.

The young “educational-entrepreneurs” have new projects in the pipeline: first of all, a family game similar to Trivial Pursuit with questions on the Lebanese political, cultural and social history. “In the beginning we were thinking to create a game like Stratego with a Lebanese background, but it resulted a bit complicated to handle such issues, particularly in this delicate political moment…”. Maybe, yet it is not time for Risk-Lebanon.

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La battaglia della memoria nel Metn


Una mano di vernice alla parete, un poster affisso alla vetrina, il logo, quattro sedie ed un tavolino. Si stanno allestendo a gran velocità i gazebo elettorali nelle montagne del Metn. Piccoli negozi, fino a pochi giorni fa in disuso, si stanno colorando di arancione e di bianco, e si ornano di bandiere, poster e striscioni. L’uniformità del colore è importante per il colpo d’occhio. Come laboriose formiche gli chebeb si danno da fare in queste ore per far trovare pronte le postazioni dei “fedeli” del proprio partito. Già sfrecciano le prime automobili per le località di villeggiatura del Metn, a volume assordante e sventolando enormi bandiere come fossero vessilli di guerra. Le voci corrono veloci a Brummana, a Bikfaya a Beit Mery, le discussioni si fanno sempre più cruente e si alternano agli ultimi rumori della politica libanese.

Mancano ancora una decina di giorni alla data delle elezioni per occupare il seggio vacante della circoscrizione del Metn, lasciato spoglio il 23 novembre del 2006, dopo che un commando armato assaltò e trucidò Pierre Gemayel nella periferia della capitale.
Sono già tutti pronti per quella che si appresta ad essere la già ribattezzata “battaglia del Metn”. Un seggio parlamentare da occupare, ma che ha ormai assunto i caratteri dell’investitura di un vassallo nel reame della comunità maronita libanese. Una battaglia che farà da prologo al ben più ambito trono presidenziale. Una vittoria simbolica che servirà per mostrare all’opinione pubblica quale sarà la forza che dovrà rappresentare i maroniti alla presidenza della repubblica. Da una parte l’alleanza fra le Forze Libanesi ed i falangisti del Kataeb, dall’altra, gli arancioni del generale Aoun.

Ma, più che altro, la “battaglia del Metn si sta trasformando in una perfida guerra della memoria, fatta di battute velenose e colpi bassi quotidiani. La memoria perduta dei cristiani d’oriente? No, non ancora. È invece quella della comunità maronita libanese e della sua crescente marginalizzazione nello scenario politico libanese.
Sembra che la battaglia del Metn rappresenti il primo passo per saldare i conti di venti anni di diatribe cristiane, proprio dal momento in cui, in una notte di settembre del 1988, Aoun prese in mano lo scettro della comunità maronita, donatogli dallo stesso Amin Gemayel.
Ora i contendenti si denigrano vicendevolmente. Si trovano faccia a faccia ed, a differenza delle elezioni “post-rivoluzione” del 2005, è per entrambi ben definita la posizione rispetto ai due blocchi nazionali ed è ben chiaro che queste elezioni rappresentano il primo passo verso la poltrona presidenziale. Da una parte Camille Khoury, il candidato aounista che sembra più propenso a lasciare la luce dei riflettori mediatici ai suoi superiori, e dall’altra parte lo stesso Amin Gemayel.

Velenosa lotta a suon di battute acide. Battute e controbattute che rievocano spesso memorie passate, ma con rancori ancora aperti. Una memoria spesso tirata in ballo per comodità, e sfortunatamente non per render conto alla storia, ed ai cittadini. La battaglia del Metn sembra così clamorosamente diventata il centro, il motivo, la causa e la soluzione della decadenza cristiana in Libano.
Si accusa il generale di non essere troppo politically correct, presentandosi alle elezioni, e di dimostrare poca sensibilità verso il martire Pierre Gemayel. Suo padre, Amin, invece, rischia sempre nelle sue dichiarazioni di considerare il seggio del figlio come una sua giusta eredità, che in Libano si passa da padre in figlio e da figlio a padre, come già successo pochi mesi fa fra Gibran e Ghassan Tueni.

Michel Aoun è, dopo quasi venti anni, ancora considerato colpevole di aver innescato la decadenza cristiana negli anni novanta, quando, alla testa del governo, lanciò la sua personale crociata per la legalità, confrontandosi con le milizie delle Forze Libanesi di Samir Geagea.
Dall’altra parte si evoca la posizione incoerente del Movimento Patriottico Libero che invoca l’incostituzionalità del governo e delle elezioni, il cui decreto il presidente Lahoud si è rifiutato di firmare, ma che per opportunismo politico non può lasciarsi scappare l’occasione di andare “alla conquista del Metn”. Sfumature già rimosse dalla memoria collettiva.

Una comunità cristiana che il sinodo maronita ed il suo patriarca sognano unita, o meglio, con un’unica voce, come sempre a scapito delle differenze interne. L’unione fa la forza, anche in Libano. Un’elezione che vuole saldare i conti di venti anni di diatribe intra-maronite, ma che opportunisticamente aiuterebbe a risolvere la questione sempre aperta della leadership comunitaria. Con una porta sempre aperta all’accordo politico dell’ultimo minuto, che equivarrebbe ancora una volta ad un compromesso sulla memoria storica dei libanesi.

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Ricorrenze umane e divine


Il Tarìk al Matar, la strada che conduce dal centro città all’aeroporto e viceversa, suggerisce chiaramente la scelta di Hezbollah di celebrare la fine della guerra della scorsa estate e non l’anniversario del suo inizio, a differenza dei vicini israeliani. Saltuari cartelloni fissano la data della vittoria divina al 14 agosto. Lo scorso anno, nello stesso giorno, decine di migliaia di rifugiati presero in mano, quasi “per ordine divino”, la bandiera libanese, lasciando controvoglia nell’armadio quella gialla del Partito di Dio, e si misero freneticamente in coda per tornare alle proprie case, o quello che ne rimaneva.
Mentre Hezbollah ha deciso di posticipare la “vittoriosa” celebrazione, il Libano invece, ed in particolar modo la sua componente più nazionale che è rappresentata dall’esercito, celebra questo funesto anniversario soffiando ancora una volta sulle incandescenti candeline dei razzi katyusha. Mentre nell’estate del 2006 il vento soffiava cospicuamente verso Israele, in questo scorcio di estate sembra aver preso la rotta settentrionale, dove la milizia di Fatah al Islam, assediata dentro il campo di Nahr el Bared, per alleggerire la pressione dell’esercito, ha pensato bene di sparare quotidiani razzi all’impazzata verso i villaggi vicini dell’Akkar, creando per il momento solo paura e danni materiali.
Lady Katyusha come sempre sembra servire le cause più disparate, ma coerentemente non manca agli appuntamenti con le ricorrenze più sentite.

Intanto, la comunità sciita rimane sempre nell’occhio del ciclone, ma allo stesso tempo anche al centro delle notizie. Parole non scritte, ma bisbigliate non troppo pacatamente, parlano ormai della volontà di un maggior peso nella politica nazionale ed una riformulazione delle quote. È una constatazione peraltro che la comunità sciita è l’unica che, per la sua compattezza, potrebbe far saltare, o lo sta facendo come qualcuno potrebbe supporre, il sistema consensuale libanese, che esige la presenza di tutte le comunità nel consiglio dei ministri. La presenza di un’altra rappresentanza sciita, magari con una certa affiliazione con le idee del 14 marzo, potrebbe rappresentare in questo caso una facile soluzione a molti problemi istituzionali.

Secondo differenti prospettive, e con obiettivi di fondo, sono nati negli ultimi giorni due differenti movimenti politici, entrambi dall’impulso di alcuni membri della comunità sciita. Il Riviera ed il Bristol, due dei più sintomatici hotel beirutini, ne sono stati lo scenario. Da una parte, il Raggruppamento dell’Opzione Libanese, che ha dato il via alla nuova opzione sciita per mano dello zaim Ahmad al Assad, il cui ben più conosciuto padre Kamel venne spodestato dal potere prima da Amal e poi da Hezbollah, quando il movimento degli oppressi messo in marcia da Musa al Sadr negli anni sessanta cominciò a fare piazza pulita dell’antica rappresentazione nazionale sciita legata ai grandi proprietari feudali del Jabel Amil.
L’Opzione Libanese si aggiunge a quella Corrente Patriottica Sciita dello cheik Mohammad Hajj Hassan, che pure da pochi mesi cerca di dare una rappresentazione “da 14 marzo” agli sciiti, ma che decisamente non riesce a trovare concreti consensi. Un nuovo movimento politico che si propone di eliminare la corruzione ed il nepotismo che annichilisce la società libanese, e che si prefigge di essere voce critica dentro la coalizione del 14 marzo. Da sempre nel laboratorio libanese i leader feudali in decadenza hanno cercato di riconquistare le masse comunitarie sotto altri aspetti. Le prossime mosse aiuteranno a stabilirne l’efficacità.
L’altro movimento è invece il Centro Civile per l’Iniziativa Nazionale, che nasce dagli sforzi dell’antico portavoce del Parlamento Hussein Husseini, che, insieme ad altre personalità pubbliche provenienti da tutte le comunità, opta per la creazione di uno Stato civile, soprattutto con l’idea cardine di rimuovere dal registro civile il riferimento alla confessione dell’individuo. Con l’obiettivo di diventare presto un partito politico, anche in questo caso bisognerà aspettare per vedere i risultati che otterrà l’ennesimo movimento laico e aconfessionale di una società civile nazionale che si ingrandisce ma che si frammenta proporzionalmente.

Nonostante i differenti aspetti, le posizioni comuni fra i due nascituri non mancano. Entrambi propagandano la creazione di uno Stato civile, ed entrambi sono impulsati da membri di famiglie che hanno ricoperto la carica di portavoce del Parlamento, una posizione riservata istituzionalmente alla comunità sciita. Sarà inoltre compito arduo per entrambi quello di trovare un concreto spazio di manovra, soprattutto se non sarà attuata una riforma di una legge elettorale che al momento attuale aiuta solo a confermare la consueta dinamica libanese del gateau da spartire.
Due modi differenti per affrontare la crisi libanese verso l’elezione presidenziale, ma come è ormai abitudine gli stessi volti ritornano a cadenza fissa sullo scenario libanese senza lasciare spazio a quelle nuove generazioni che invece come costume preferiscono fuggire all’estero, e dimenticare di essere libanesi.

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Valigie pronte per le vacanze libanesi…


Mentre il Libano si sta preparando per accogliere come consuetudine il ritorno estivo dei suoi molti expats, si avvicina sempre di più l’anniversario della guerra della scorsa estate.
Un anniversario che in Libano non sarà celebrato pubblicamente, a differenza di quanto accadrà in Israele, dove già sono pronti i preparativi per le processioni che percorreranno il confine, buttando un occhio sulle città libanesi di Ait al Shaab, Bint Jbeil e Aitaroun, luoghi questi dove l’esercito israeliano ha subito le maggiori perdite militari per mano dei miliziani di Hezbollah.

Altri invece, che spendono normalmente le loro vacanze in Libano, stanno preparando le valigie per passare la prevista “torrenziale” estate libanese all’estero. I nomi più eccellenti sono da ricercare fra i deputati delle forze di governo, a cui, vista l’escalation delle ultime settimane, ed in particolar modo dopo l’omicidio mirato del deputato Walid Eido, è stato consigliato di passar l’estate fuori dal paese dei cedri, considerata la concreta possibilità di essere vittima di omicidi politici volti ad indebolire il governo in carica. Destinazioni più gettonate, Egitto, Arabia Saudita e paesi europei, Francia prima fra tutti, considerata anche la rinnovata solidarietà espressa dai nuovi inquilini dell’Eliseo nei confronti del governo di Fouad Siniora. A parte i deputati che partono quasi obbligati, vi sono poi quelli che questa estate avranno un ventaglio ristretto di alternative “vacanziere”. Fra questi alcuni membri dell’opposizione, soprattutto coloro che hanno ricoperto cariche ministeriali durante gli anni del regime siriano a Beirut, a cui è stato proibito negli ultimi giorni l’ingresso negli Stati Uniti dal Dipartimento di Stato Americano.
Un’altra persona che nelle ultime settimane ha spesso fatto e disfatto i bagagli è stato il Primo Ministro Fouad Siniora. Numerose sono state le immagini che lo hanno ritratto al fianco dei grandi della terra. Sorridente con Sarkozy, scherzoso con D’Alema, premuroso e fraterno con Zapatero ed autorevole con la Rice.

Intanto il profilo dell’opposizione rimane abbastanza basso. L’unico sussulto, a parte l’ormai ricorrente richiesta di un governo di unità nazionale e la possibilità di far fare definitivamente le valigie al premier Siniora, ha riguardato il tema delle feste nazionali in Libano, e l’annunciato annullamento della celebrazione del Venerdì Santo da parte del governo. La diatriba, che ha in parte oscurato il drammatico attentato al contingente spagnolo dell’UNIFIL, ha visto scatenarsi un vero e proprio scambio di accuse tra i due maggiori partiti cristiani, la Corrente Patriottica Libera del generale Aoun e le Forze Libanesi di Samir Geagea. Quest’ultimo, come membro del governo, accusato di essere responsabile diretto dell’omissione e colpevole di “indebolire la comunità cristiana”. Una questione nazionale e religiosa trasformatasi facilmente in conflitto politico, e che solo la rettifica da parte del governo, ha permesso di sedare. La Passione di Cristo è salva almeno per ora, ma sicuramente si è fermata nei pressi di Khiam.

E’ simbolico infatti come tale evento abbia coperto a livello mediatico il concomitante attacco all’UNIFIL, fra le altre cose ancora senza rivendicazione, e sintomatico di come la bagarre politica interna nel tentativo di occupare la poltrona di Baabda stia ormai raggiungendo critici livelli di norma. Una corsa che, senza previo accordo reciproco, provocherà in ogni modo uno sbilanciamento del potere verso uno dei due contendenti.

Dispute interne che lasciano poco spazio nei media anche per le quotidiane proteste dei rifugiati palestinesi dell’ormai inesistente campo di Nahr el Bared, la cui ultima marcia per rientrare nelle proprie case è stata sedata dall’esercito nazionale, con il risultato di due morti fra i manifestanti.

Intanto nella “battaglia di Baabda” già da parecchi giorni si sta tastando l’opinione pubblica nazionale sulla possibile elezione di un doppio governo. Un doppio governo che, vuole la coincidenza, ha visto come protagonista nel suo ultimo antecedente storico lo stesso Michel Aoun, eletto nel 1988 da un frastornato Amin Gemayel, e conclusosi due anni dopo con l’esilio parigino dello stesso generale e la “conquista” siriana del Libano.

Mancano ancora tre mesi alla data indetta per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, il 25 settembre, ma sembra proprio che il Libano assisterà ad una stagione di caldo torrenziale alternata ad una forte umidità, a tratti monsonica suggerirei.

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El reto de Al Qaeda en la reconstrucción libanesa


Cuando los cohetes lanzados desde territorio libanés aterrizan en el norte de Israel, la tendencia es señalar hacia la guerrilla chiíta de Hezbollah o hacia los grupos palestinos con bases en Líbano y fieles a Damasco, como el Frente Popular por la Liberación de Palestina liderado por Ahmad Jibril. Los nueves cohetes caídos a finales de 2005 en la ciudad israelí de Kiryat Shmona, sancionaron definitivamente la presencia de un nuevo actor en territorio libanés. Desmentida la autoría de Hezbollah o de los grupos palestinos fieles a Siria, la reivindicación directa realizada por el ya difunto Abu Musab Al Zarqawi confirmaba la presencia de células salafistas en la órbita de Al Qaeda firmemente implantadas en el Líbano.

La noticia circuló entre medios de comunicación y analistas, en medio de una indiferencia general, seguida por algunas encarcelaciones y coincidiendo con momentos álgidos del caos político libanés, consecuencia de la salida de Siria del país de los cedros en la primavera de 2005 y la consiguiente batalla para acaparar su predominio interno. Las breves noticias referentes a la actividad qaedista en Líbano en los últimos años han aparecido siempre ligadas, mas que con la cuestión propiamente palestina, con la de los campos de refugiados palestinos, diseminados por todo el territorio libanés. Territorios convertidos en zona franca, donde el ejercito nacional libanés no tiene autorización para entrar a causa los antiguos acuerdos de Cairo de 1969, que reconocían una cierta autonomía palestina en territorio libanés. Asbat Al Ansar, Jund Al Sham y, de momento, el ultimo, Fatah Al Islam, son los nombres de estos grupos radicales suníes de inspiración salafista. Ain el Helue, en la periferia de Sidón, y Nahr El Bared, unos kilómetros al norte de Trípoli, son los campos palestinos en los que dichos grupos se mueven más activamente. El vínculo entre ellos y la cuestión palestina pasa, más que por cuestiones ideológicas, por la pobreza, la aparente anarquía y la ausencia de futuro para los que viven casi “encarcelados” entre los cuatros muros de estos campos de refugiados. Un caldo de cultivo perfecto para el reclutamiento y el adoctrinamiento de jóvenes sin esperanzas. Novicios indoctrinados que también partieron hacia Iraq, para combatir en la guerra santa contra el invasor americano. Un ambiente propicio y receptivo a las predicas salafistas, como pueden serlo los misérrimos suburbios de Casablanca, Tánger y otras grandes ciudades del mundo árabe.

También en el caso de la situación actual en el campo de Nahr El Bared, resulta más apropiado hablar de grupos relacionados con Al Qaeda, que no de palestinos, aunque en sus filas puedan aparecer tanto palestinos como milicianos de otras nacionalidades árabes, que las ultimas crónicas señalan como mayoritarios. Aquello que ambos comparten, refugiados y “yihadistas”, son estas “islas felices” sin leyes, donde los primeros viven en la pobreza cotidiana y los otros pueden cosechar un fácil consenso y captar nuevos reclutas entre los “condenados de la tierra” libanesa.
Una situación novedosa que no se limita únicamente al Líbano, sino que también asoma en aquellos Territorios Palestinos hasta hace pocos meses aparentemente inmunizados ante la amenaza de estos grupos. Organizaciones radicales salafistas nacidas entre los palestinos, especialmente en la franja de Gaza tras la retirada israelí, y que actualmente reivindican el secuestro del corresponsal de la cadena británica BBC Alan Johnston. Una perspectiva alarmante, que también se esfuerzan por gestionar las facciones palestinas de Fatah, Hamas y la Jihad Islámica.

La presencia masiva en el Líbano, a finales de los sesenta, de refugiados y fedayin palestinos, gozaba del respaldo de las fuerzas progresistas y nacionalistas del Movimiento Nacional Libanés, y fue una de las fuentes de inestabilidad del sistema que llevó a la larga y sangrienta guerra civil iniciada en 1975.

A diferencia de lo sucedido hace ya cuarenta años, ninguno de los dos bloques que ahora se disputan el predominio interno sobre la critica situación política libanesa, se identifica estrictamente con la causa palestina, ni ofrece un apoyo directo a los palestinos libaneses, ni tan siquiera los grupos salafistas. Por un lado, el bloque de la oposición, mayoritariamente chiíta y con el apoyo del líder cristiano Aoun, mira con sospecha a los palestinos, suníes en su práctica totalidad, temiendo la tan anunciada exportación de la guerra sectaria desde escenarios iraquíes hasta las costas libanesas. Al otro lado, en las heterogéneas filas de las fuerzas gubernamentales, que reúnen especialmente a suníes, drusos y cristianos, se encuentran tanto las fuerzas cristianas que se mancharon de sangre con las masacres en los campos palestinos de Sabra y Chatila en 1982, como los suníes de Hariri, respaldados por la Arabia Saudita aliada de los americanos en el polvorín medioriental.

Con la salida del país del “arbitro” sirio en el abril de 2005 y el consecuente vacío de poder que se ha ido formando, el Líbano se encuentra actualmente en medio de una situación que podría llevarlo a la explosión de su sistema confesional o la remodelación del mismo, y una lucha por el poder entre dos bloques que encontrará su punto álgido en la elección del Presidente de la República, prevista para septiembre. Una elección que, muy probablemente, permitirá conocer que dirección escogerá el Líbano de los próximos años.

En el fondo queda la eterna cuestión palestina, para la que el, ya de por si frágil, estado libanés, no dispone de medios de resolución, y tiene únicamente que estar a la expectativa por un acuerdo colectivo entre los actores regionales y internacionales involucrados. Los frentes abiertos van multiplicándose vertiginosamente en el escenario libanés. Por un lado, en el sur del país patrullado por las tropas del contingente internacional del UNIFIL, nos encontramos con la actuación de las milicias de Hezbollah, el tráfico de armas y sospechosos movimientos israelíes en la frontera. En la capital Beirut, con la oposición acampada en el centro de la ciudad desde hace casi seis meses, permanecen vigentes fuertes sentimientos sectarios que dividen a los dos bloques, como atestiguan los más de veinte muertos señalados en todo el país desde el pasado diciembre. Y el norte completando la situación de caos, donde la cuestión palestina se mezcla ahora a la del salafismo y la presencia masiva de armas fuera del control del estado.

Es difícil de prever si los libaneses encontrarán la solución para salir de esta complicada madeja dentro de sus propios confines o si bien, y como marca la desdichada costumbre histórica, seguirán dirigiéndose hacia los siempre ambiguos e interesados agentes externos.

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Libano. “Tensione tra i rifugiati palestinesi di Nahr al-Bared “


Beirut. May 25, 2007 -E’ un’impresa ardua e piena di possibili equivoci quella che si pone come obiettivo la ricerca dei “la’jiun filistinin”, i rifugiati palestinesi, in questi giorni in Libano. È facile cadere nel tranello di confondersi fra chi lo status di rifugiato lo ha acquisito storicamente ed istituzionalmente, per averlo costruito o per esserci nato in un campo di rifugiati, e chi invece, oltre a non perdere questo status, sta negli ultimi giorni acquisendo quello di nouveau réfugié palestinese. Un doppio status che però non permette di acquisire alcun privilegio aggiuntivo. Dopo gli scontri nel campo palestinese di Nahr al-Bared, dieci km a nord della città libanese di Tripoli, l’attenzione si sposta su quei civili che sono riusciti ad approfittare della apparente calma per scampare al fuoco incrociato ed impazzato dei militanti di Fatah al-Islam e dell’esercito libanese.

Fra i “nuovi” rifugiati c’è chi ha optato per scendere fino ai campi palestinesi di Beirut, altri invece si sono sistemati in alcune scuole di Tripoli, ma la maggior parte si è diretta a Beddawi, l’altro campo palestinese a Tripoli, di dimensioni ridotte rispetto a quello di Nahr al-Bared, e bastione di Fatah.

Il campo di Beddawi, nel primo giorno di reale cessate il fuoco fra l’esercito ed i miliziani di Fatah al-Islam, si mostra come un insolito brulicare di macchine e persone che affollano le strette stradine a ridosso delle case. Un’atmosfera famigliare e chiassosa mitigata solo dai segni ancora visibili dei pneumatici bruciati per protesta nelle giornate precedenti, e dalle ben equipaggiate forze di sicurezza interna dell’”originale” Fatah, fedele a Mahmoud Abbas, all’entrata del campo. Nuguli di volti, perlopiù di donne e bambini, si affacciano dalle finestre della scuola dell’UNRWA di Naar Urdun, dentro il campo di Beddawi, dove la Croce Rossa Internazionale ha distribuito i primi kit di cibo “pronti all’uso” per i rifugiati e le aule sono state adibite a nuovo rifugio per gli stessi palestinesi. Gli uomini invece preferiscono accodarsi per ricevere il kit o sedere bevendo caffè senza tempo nel cortile della scuola.

L’apparente tranquillità del campo non nasconde però quella rabbia, che è forse il sentimento più diffuso che si respira fra i “nuovi” rifugiati. Un sentimento che si dirige principalmente verso l’esercito libanese più che contro i miliziani di Fatah al-Islam. “Hanno bombardato il campo senza alcuna logica, distruggendo le nostre case e senza sapere che dentro magari non c’era alcun militante di harakat al-Islam. Magari per colpire un miliziano hanno distrutto un’intera palazzina con dentro dei civili che vi si nascondevano”, afferma Nasser, scappato dal campo di Nahr el Bared nel tardo pomeriggio di martedì, quando ormai il cessate il fuoco sembrava reggere.

Una tattica già utilizzata in altri scenari, e con drastici effetti secondari, quella di colpire a tappeto alla ricerca di militanti di Al-Qaeda ed incuranti della presenza di popolazione civile.

Non tutti gli abitanti sono riusciti ad approfittare della tregua per fuggire dal campo, permettendo a qualcuno di azzardare che ancora il 70% è ostaggio della situazione di stallo tra le due parti, “soprattutto perchè alcuni fra quelli che cercavano di fuggire son stati colpiti e feriti, e la gente ha avuto paura ad abbandonare le proprie case”, conferma Nasser. Una prudente e diplomatica risposta di inconsapevolezza scaturisce dalla domanda su chi ne avesse impedito l’uscita dal campo. La stessa prudenza che trapela chiedendo informazioni sul fantomatico gruppo di Fatah al-Islam. “Noi non li conosciamo questi di Fatah al-Islam, non sono palestinesi. Un giorno sono arrivati, hanno cacciato qualcuno dalle proprie case e lì si sono installati creando il loro quartiere generale. Poi a poco a poco son cresciuti, ed ogni giorno ne vedevamo di nuovi, ma era tutta gente che non era del campo, che è venuta da fuori”, afferma Massen, anche lui “nouveau réfugié” da una manciata di ore.

Intanto alcuni chilometri più nord sulla strada verso il confine siriano, e dopo congestionanti posti di blocco dell’esercito, la calma sembra regnare sul perimetro di Nahr el Bared. I segni dei feroci scontri dei giorni scorsi sono evidenti sui muri delle case più vicino alla strada, sulla linea del fronte che l’esercito libanese non può attraversare. Una calma interrotta solamente da sporadici spari che riecheggiano nel silenzio della strada semideserta che attraversa il lato orientale del campo. I soldati dell’esercito libanese riposano ben nascosti dietro palazzine ed edifici, ed i carriarmati sembrano ormai solo una cornice troppo consona allo scenario libanese degli ultimi mesi. Il tutto in attesa che nelle prossime ore l’esercito riprenda i bombardamenti o che l’“originale” Fatah riacquisti con la forza il dominio del campo, con il consenso delle alte sfere del governo libanese.

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Libano. Colpo gobbo dell’esercito


Sono in molti a credere che promuovendo la partecipazione dei cittadini nell’esercito nazionale si possa costruire uno stato più forte, ed accomunare la popolazione sotto ideali nazionali, soprattutto nelle società più frammentate. Niente è più simile al vero nel caso del Libano, dove gli interessi comunitari fanno sempre capolino nei momenti più difficili. Era dal lontano regime del presidente del generale Shihab, in seguito alla crisi del 1958, ed alle sue politiche di centralizzazione, che non si assisteva a tanto vigore da parte dell’esercito nazionale libanese. Un esercito che era uscito dalla lunga guerra civile diviso secondo linee confessionali, e non era più riuscito a ricompattarsi e guadagnarsi il rispetto della popolazione libanese.

Un esercito che sembra ora uscito dal letargo, rinvigorito dalla guerra estiva tra Israele ed Hezbollah, a cui ha partecipato da spettatore, ma anche soprattutto grazie alla risoluzione 1701 delle Nazioni Unite, che gli ha permesso, in primis, di tornare a pattugliare il confine israelo-libanese, prerogativa precedentemente in mano alle forze di Hezbollah. Il doppio colpo ad effetto messo a segno negli ultimi giorni rappresenta solo la punta dell’iceberg del lavoro svolto dall’esercito negli ultimi mesi, e non ha lasciato certo indifferente l’opinione pubblica libanese. Prima, nella notte tra mercoledi e giovedi, si è assistito al breve scontro a fuoco tra l’esercito libanese e quello israeliano, un evento già di per sè storico per il panorama libanese.

Se poi si evidenzia che l’esercito libanese ha fatto fuoco per primo con l’obiettivo di difendere il proprio territorio nazionale, la notizia non può che destare attenzione. L’esercito israeliano, dopo il ritovamento a ridosso del confine di alcune cariche esplosive, si è sentito giustificato nell’entrare in territorio libanese con carri e buldozer, cercando di sminare il territorio dalla parte libanese, ma attirando così l’inaspettata reazione dell’esercito libanese. Il secondo colpo gobbo, nella mattinata seguente, con il sequestro di un camion carico di armi proveniente dalla valle della Beeka. Lo stesso partito di Hezbollah ha reclamato la proprietà ed ha chiesto “cordialmente” la prevista consegna, negata però categoricamente sia dagli apparati statali sia dagli ufficiali dell’esercito. In un’atmosfera che nel paese dei cedri è ancora fortemente tesa, e dove si è assistito nelle scorse settimane a violenti scontri interconfessionali, l’esercito ha assunto ormai una posizione netta e costituzionale. Carriarmati e cingolati si sono posizionati nelle zone a maggior rischio interconfessionale, ed i posti di blocco sono ormai entrati nella quotidianità beirutina.

L’uomo forte del momento è il generale Michel Sleiman, comandante dell’esercito, ormai eminente figura pubblica, ed appena reduce da un incontro in Italia con alti funzionari dell’esercito, in seguito al passaggio delle forze dell’Unifil sotto il comando del generale italiano Claduio Graziano. Michel Sleiman aveva espresso chiaramente la posizione dell’esercito dopo il coprifuoco di due settimane fa, in seguito agli scontri che avevano lasciato sul campo almeno nove morti: “L’esercito non tollererà più una situazione del genere”. Ma la forza dell’esercito sembra a tutti gli effetti frutto della risoluzione 1701 delle Nazioni Unite, che ha messo fine al conflitto israelo-libanese. A cadenza settimanale stanno “piovendo” aiuti militari da Europa e Stati Uniti, perlopiù sotto forma di attrezzature e veicoli, nel tentativo di dare spessore alle forze dell’ordine ed allo stato nazionale. Le forze di interposizione dell’Unifil, che stanno ormai raggiungendo le tredicimila unità, sembra siano ormai direttamente coinvolte nell’addestramento dell’esercito libanese. E’ di poche settimane fa la notizia della simulazione congiunta tra Unifil ed esercito, di un’operazione militare in mare aperto con l’obiettivo di intercettare navi nemiche o carichi di armi.

In un paese fortemente diviso su linee confessionali, sarà necessario aspettare momenti più difficili per vedere se la sua postura dell’esercito rimarrà costituzionale e super-partes. Una dura prova sarà quella del prossimo 14 febbraio, secondo anniversario della morte di Rafic Hariri, quando, con molta probabilità, si troveranno faccia a faccia nel centro città, i partiti filo-governativi, e nella piazza adiacente le forze dell’opposizione ancora installate per il sit-in anti-governativo. Tra i due blocchi si inserirà l’esercito libanese, e sono già in molti a sperare che dia ancora maggior vigore al suo ruolo istituzionale.

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La crisi libanese


“ Sciopero generale!”. “Aumento della produzione!”. Si sono confrontati a suon di slogan (e di milionarie campagne pubblicitarie per le strade del paese) i leader delle forze governative e dell’opposizione nelle ultime settimane. E mentre la data indetta dall’opposizione per lo sciopero generale si avvicinava, non si è verificato alcun segno di cedimento o tentativo di dialogo da entrambe le parti. Quello a cui ha portato tanta ostinazione, in questo martedi di gennaio che precede di pochi giorni la discussa riunione internazionale di “Parigi 3”, è stata una netta frattura fra i due blocchi politici che occupano la scena libanese, e che sarà difficile ricomporre. E’ la prima volta, escludendo le brevi scaramucce di dicembre che costarono la vita ad un giovane militante del partito di Amal, che i due blocchi si sono trovati a scontrarsi in strada a viso aperto così violentemente. Ancora più inquietante il fatto che la violenza sia stata generalizzata in tutto il paese. Sidone, Tripoli, Batroun, Akkar, Nabatieh, la valle della Beeka: tutti scenari di scontri fra fazioni opposte. La città di Beirut è stata forse quella che più drammaticamente ha vissuto questa giornata. Negozi e scuole chiuse, quartieri deserti e blocchi stradali nelle zone più sensibili, quelle tra quartieri confessionalmente opposti o politicamente conflittuali. Gli scontri sono stati sarcasticamente “inter-confessionali” e “intra-confessionali”; se sciiti dell’opposizione e sunniti filo-governativi si sono scontrati in una delle arterie principali della capitale come Corniche Al-Mazrah e nel quartiere di Hazmieh, i cristiani si sono affrontati all’interno dei loro confini. I primi cercando di bloccare le strade con sassi, cassonetti e bruciando copertoni, mentre invece i militanti pro-governativi cercavano di impedirglielo.

I blocchi stradali sono cominciati già alle prime luci dell’alba e, dopo una calma di un paio di ore, sotto la stretta sorveglianza dell’esercito, non hanno tardato molto in presentarsi le occasioni per provocazioni da entrambe le parti. Mazze, bastoni di legno, pietre e armi automatiche hanno così fatto la loro comparsa, ed hanno provocato in tutta la giornata un centinaio di feriti, e sicuramente due morti.

L’esercito, che ha giurato negli ultimi mesi fedeltà alle istituzioni nazionali, dopo aver osservato le azioni della mattinata con certa indifferenza ed inattività, ha infine ripreso in mano la situazione che sembrava scappargli ormai di mano, cercando prima di interporsi fra le parti ed in certi casi isolati usando le maniere forti, ma sempre cercando di non schierarsi per uno dei contendenti.

L’escalation promossa dalle forze dell’opposizione, rappresentate dagli sciiti di Hezbollah ed Amal, i cristiani del generale Aoun e Frangieh ed i drusi di Arslan, arriva dopo lo stallo del sit-in dei manifestanti anti-governativi nel centro città, da ormai quasi un mese e mezzo installati senza che sia stata ancora raggiunta la richiesta principale: la caduta del governo Siniora e nuove elezioni nazionali. Le critiche condizioni del post-guerra, la creazione del tribunale internazionale per giudicare gli assassini di Rafic Hariri e la corsa alla ghiotta poltrona presidenziale nel novembre 2007, sono solo alcuni degli ingredienti per capire la grave crisi libanese.

Ugualmente importante il fatto che il 25 di gennaio sia stata indetta la conferenza di aiuto per il Libano a Parigi, in parte osteggiata dalle forze dell’opposizione, che vedono in essa solamente un aumento di tasse ed aggiustamenti economici dettati da organizzazioni internazionali, che non farebbero che mettere ulteriormente sul lastrico i cittadini di un paese che è sull’orlo della bancarotta e che ha spinto ancora una volta molti ad intraprendere la strada dell’emigrazione. Come ha detto il generale Aoun nei giorni scorsi “Parigi1 (dopo la guerra civile) è stata affrontata con 24 milioni di dollari di debito nazionale, Parigi2 con 36 ed ora Parigi3 con 45”. Sono molti in Libano a non credere alle dinamiche che dominano le conferenze per gli aiuti al paese dei cedri. Intanto la giornata di martedi sembra essere solo un amaro aperitivo di quello che dovrà ancora venire

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Nuova rivoluzione o guerra civile?


Martedì pomeriggio le linee di telefonia mobile erano fuoriuso a Beirut, e quando questo accade, non ci si può mai aspettare niente di buono. Gli ultimi due tormentati anni nella capitale libanese ne hanno fatto una prova evidente o un presagio funesto di futura tragedia. La prima reazione, di conseguenza, è quella di accendere la televisione. Martedi scorso si è tragicamente confermata questa prassi. Linee fuoriuso, televisione accesa su uno dei molteplici canali libanesi, immagini dall’ospedale dove era stato portato il corpo del ministro Pierre Gemayel. Prima ricostruzione: pieno giorno, periferia cristiana della capitale, un commando “mafioso” ferma la macchina di Gemayel, lo fredda e scappa fra la folla sventagliando raffiche di proiettili per farsi largo. Quella dei Gemayel è sicuramente una delle famiglie più importanti del Libano, di quelle che ne hanno fatto la storia, ma anche una delle famiglie più “insanguinate”. Bashir, zio di Pierre, fu l’ultimo, nel 1982, ad essere assassinato per mano d’ignoti mandanti, proprio nella sede del partito falangista. L’uccisione di Bashir Gemayel, presidente libanese da meno di un mese, provocò, in nome della vendetta, quella ormai rinomata tragedia che va sotto il nome di Sabra e Chatila. Le milizie cristiane falangiste, battezzate cinquanta anni prima dallo stesso Hitler, ed allora alleate con gli israeliani (scherzi della storia), entrarono nei due campi profughi palestinesi alla periferia della capitale. In quattro giorni non-stop massacrarono più di duemila persone, principalmente donne, bambini e civili non armati. La guerra civile libanese, che sembrava si fosse definitivamente fermata, riprese vigore. Le truppe internazionali, tra cui gli italiani, fecero il loro ritorno in Libano, con la coscienza macchiata di sangue innocente, dopo che avevano lasciato frettolosamente il paese pochi giorni prima in seguito all’evacuazione delle milizie palestinesi. Martedì, in tutti tornò alla memoria l’ultimo Gemayel assassinato e le conseguenze di quell’evento. I negozi chiusero le serrande in un batter d’occhio ed i libanesi si riversarono nelle strade per raggiungere frettolosamente un luogo sicuro. Le truppe italiane, questa volta nel paese, ma ad un centinaio di km di distanza, alzarono subito il livello di allerta.

Lo spettro della guerra civile, in una situazione già tesa, non ha faticato nel prendere piede. Nelle settimane precedenti l’omicidio, molti libanesi lo sventolavano apertamente, per allontanarne lo spauracchio, per scongiurarla. Non c’è voluto molto perchè s’insediasse in tutte le redazioni del mainstream internazionale e si alzasse in un coro unanime: Libano sull’orlo della guerra civile. Anche le televisioni locali hanno lanciato nel palinsesto notturno immagini di repertorio della guerra civile conclusasi al principio degli anni novanta. Nella realtà, nelle ore successive all’omicidio, si è assistito a pochi incidenti, piccoli scontri, ed alcune scaramucce all’interno della stessa comunità cristiana, dovuto al fatto che i suoi leader sono schierati in due opposti schieramenti. Giovanissimi i protagonisti dei disordini. Il funerale di Gemayel, nei giorni successivi, si è trasformato, come ormai consuetudine in questo paese, in un’oceanica manifestazione di massa ineggiante ad una seconda rivoluzione dei cedri per la libertà del popolo libanese.

La carne sulla brace libanese è parecchia. La guerra estiva israeliana che ha messo in ginocchio il paese, le truppe internazionali schierate nel sud del paese, il tentativo dell’opposizione di far cadere il governo, gli omicidi politici, il tribunale internazionale per giudicare i colpevoli dell’omicidio Hariri, una seconda rivoluzione per la “libertà e la democrazia”, le tensioni crescenti all’interno della comunità cristiana e la disobbedienza civile ineggiata dagli Hezbollah nei prossimi giorni. Una matassa difficile da sbrogliare. Rivoluzione e guerra civile non si complementano, viaggiano su binari in opposte direzioni.

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La febbre del confronto. Le elezioni universitarie termometro della situazione libanese


Le elezioni dei rappresentanti degli studenti all’Università Americana di Beirut stanno lasciando preannunciati strascichi. I risultati previsti per mercoledi sera però, evento unico nella storia dell’università, sono stati posticipati al giovedi mattina. Versione ufficiale: l’università non era pronta a fronteggiare una possibile escalation della tensione ed ha preferito spostare lo scrutinio alla mattina seguente, nel tentativo di raffreddare gli infuocati animi. Il primo rumore a circolare, riportato anche dall’emittente libanese NewTv, è stato quello di una diretta interferenza dell’ambasciata americana, che ha fatto pressione sugli organismi universitari affinchè rinviassero i risultati ufficialmente previsti per mercoledi sera.

La prima vera “battaglia” politica tra la coalizione del 14 marzo e quella del 8 marzo, dopo la disastrosa guerra estiva, ha visto come scenario quello dell’Università Americana, la più grande in numero di studenti, fra le università nazionali e quella con maggior “peso politico”. Non è un caso che l’attuale Primo Ministro Fouad Siniora si sia graduato proprio in questa università. Così come molti degli attuali membri del parlamento nazionale. La maggioranza delle altre università libanesi ha invece preferito rinviare a data da stabilirsi le elezioni dei rappresentanti degli studenti, sia per la difficile situazione post-guerra, sia per l’attuale tensione a livello nazionale.

Un vero e proprio termometro dell’attuale situazione politica libanese, nel mezzo di un acceso dibattito nazionale su una nuova spartizione del potere confessionale, la fuoriuscita di sei ministri dal Gabinetto del governo Siniora, perlopiù sciiti dei partiti di Amal ed Hezbollah, l’approvazione da parte del governo del tribunale internazionale per giudicare l’assassinio di Hariri, e le esternazioni dell’ormai inviso Presidente Emile Lahoud.

Lo scontro non è stato solo politico, ed alcune scaramucce si sono registrate sia all’interno che nelle strade adiacenti l’università. Scaramucce provocate principalmente dalla massiccia presenza dei supporter delle varie fazioni politiche, accorsi numerosi a far piantone e cantare slogan ai cancelli dell’università. La strada che fiancheggia l’università si è tramutata per tutta la giornata di mercoledi in un vero e proprio carosello di automobili, ognuna sventolando le rispettive bandiere di aderenza politica. La presenza, in quantità considerevole e con mezzi corazzati, di polizia, esercito e reparti speciali in tenuta antisommosa, ha scoraggiato i più facinorosi, ma non ha potuto evitare lievi scontri tra le opposte fazioni.

Principale leitmotiv della battaglia politica, gli ormai storici identificanti del 14 marzo e del 8 marzo, in riferimento agli eventi della cosiddetta primavera dei cedri del 2005. Nonostante le regole dell’università vietassero il riferimento diretto a qualsiasi partito politico esterno, le liste nascondevano un’apparenza chiara a tutti. Da una parte, i partiti di Hariri, Jumblatt ed il dottor Geagea, rappresentanti il governo attuale, e dall’altra, il generale Aoun, Berri e Nasrallah, la nuova opposizione. In mezzo, gli “indipendenti”, un’alleanza tra gruppi di sinistra, tra cui i Comunisti ed il collettivo NoFrontiers, che senza troppi supporti esterni, sia economici che politici, non hanno potuto condurre una campagna elettorale contundente, non sono riusciti a presentare candidati per numerosi posti, ed hanno così lasciato spazio in molte facoltà al puro bilateralismo che rispecchia la convulsa situazione nazionale.

In palio: novantasei posti di rappresentanti per un totale di sei facoltà, il cui piatto più appetitoso era rappresentato da quella di Arte&Scienze. Risultato: entrambi vincitori, e lieve soddisfazione della coalizione di sinistra, sia per l’ottenimento di alcuni rappresentanti, sia per la risposta degli studenti al caldeggiato invito alla scheda bianca. Mentre la coalizione di Hariri e del Future Movement festeggiava nelle strade fuori dall’università, gli arancioni del Free Patriotic Movement, si riunivano con i gialli ed i verdi di Hezbollah ed Amal, gridando alla vittoria all’interno del campus. Con un contundente discorso il rappresentante di Tayyar, il movimento di Aoun, ha prima gridato alla sonante vittoria, data dalla conquista di quattro facoltà su sei, da parte della sua coalizione. Poi ha invocato lo spettro dei brogli, dovuto alla presenza in una cassetta elettorale di quattro schede in più rispetto ai possibili votanti totali del seggio. Per concludere, ha alzato prepotentemente la voce “per una caduta prima del governo nazionale e poi della stessa amministrazione dell’università”. Cavallo di battaglia, la lotta alla piaga della corruzione libanese. Tutto speculare ai discorsi dei “modelli” nazionali.

Alle accuse di brogli si è aggiunto un’altra voce in mattinata, sul tentativo di interferenze esterne nei riguardi della posizione degli studenti giordani nelle elezioni, la comunità straniera maggioritaria all’interno dell’università. Secondo molti, la stessa ambasciata giordana si sarebbe esposta direttamente, intuendo la controtendenza di quest’anno, per evitare che i suoi connazionali votassero per le liste del 8 marzo, ma si schierassero invece dalla parte dei seguaci di Hariri, secondo la tendenza degli ultimi anni. I risultati di questa possibile interferenza sui singoli studenti non sono facilmente interpretabili.
In un paese che molti libanesi non lesinano nel definire sull’orlo del baratro di un’altra inconciliabile guerra civile, le prospettive per il dialogo non sono delle più rosee. Si dice che la futura classe politica libanese esca principalmente dall’università americana, ed alla luce dello svolgimento delle sue elezioni “democratiche” interne, ciò getta un cono d’ombra sul futuro del paese.

All’orizzonte intanto, una complicata trama politica da sbrogliare. Il paese dei cedri ha assistito negli ultimi due anni ad una “rivoluzione”, il ritiro della Siria dal suo territorio, numerosi omicidi politici, una guerra contro Israele, ed ancora deve passare un anno prima della data dell’elezione del nuovo presidente della repubblica, obiettivo a cui sembra che tutte le forze politiche vogliano arrivare con la maggior forza possibile. In quel momento si deciderà molto del futuro del Libano.

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