La primavera di Beirut, verso la rivoluzione dei cedri?

In un pomeriggio come altri, in questi emotivi giorni di Beirut, mi soffermo a bere un caffè in Bliss Strett, in una di queste caffetterie dove puoi sederti, sorseggiare un caffè ed assistere con gusto ai movimenti della città.
Il mio sguardo, forse ad una prima superficiale occhiata, non può che rimanere esterrefatto dalla quantità di auto di lusso che sfrecciano nel caotico traffico di Beirut: mercedes, bmw, porsche, ma soprattutto mastodontici fuoristrada che sembrano poter mangiare l’asfalto, ma che inesorabilmente sono bloccati dai costanti ingorghi e devono dividere, a suon di clacson, la grigia e sconnessa strada con automobili ben più modeste o addirittura con antiche mercedes degli anni cinquanta, a volte senza un finestrino, a volte con la ventola del motore in bella vista, in grande maggioranza sono i cosiddetti servicee, ovvero taxi collettivi che raccolgono clienti ai lati della strada mentre ti conducono a destinazione, per il modico prezzo di mille lire libanesi.
Veri e propri assi del volante questi tassisti popolari che, oltre a doversi districare nella giungla di Beirut, danno anche un occhio alle persone che apparentemente stanno cercando un taxi, e di cui rapidamente verificano se la destinazione è compatibile con i passeggeri che ha a bordo.

Sicuramente il primo impatto con la città è questo, una grande diversità culturale e sociale che convive in prossimità vicendevole.
Bliss Strett si trova nel quartiere di Hamra, che prende il nome dall’omonima via commerciale che scorre parallela. Ritornando indietro negli anni, come minimo di quindici, si potrebbe ricordare che era situata nella cosiddetta Beirut Ovest, dove risiedeva la comunità musulmana durante gli sconvolgenti eventi della guerra civile.
Oggi questa divisione fra un Ovest, musulmano ed un Est, tendenzialmente cristiano, è stata generalmente rimossa dalla gente, come dimostrano le quotidiane manifestazioni che uniscono cristiani e musulmani.
Hamra, è la zona dell’AUB, l’Università Americana di Beirut, un’istituzione per tutti gli studenti del Medio Oriente in quanto a qualità di insegnamento, ma ugualmente non facilmente accessibile a tutte le tasche.
Qui ci sono le più famose catene americane di fast-food, ma anche piccoli chioschetti che vendono una delle pietanze tipiche libanesi, il mannoushi, una sorta di piadina romagnola ripiena di formaggio, cetrioli, pomodori, olive e foglie di menta, e che rappresenta uno dei più rinomati snack con cui cominciare la giornata, soprattutto se sei uno studente e puoi permettertelo per un prezzo irrisorio.

Ma questo quartiere è anche considerato il feudo del defunto ex-Presidente del Consiglio, musulmano sunnita, Rafik Hariri, ucciso, nonostante i suoi super moderni servizi di sicurezza, da trecento kg di tritolo nel giorno di San Valentino di questo stesso anno.
Caso strano ha voluto che il supposto kamikaze, o l’autobomba o altre ipotesi che ancora gli inquirenti devono verificare, abbia stroncato la sua vita, e quella degli uomini della scorta al seguito, proprio nella “sua” zona, sulla corniche, il lungomare di Beirut, quotidianamente affollato, soprattutto al tramonto, di venditori di mais e caffè, famiglie che fumano il narghilè, ragazzi che pattinano o corrono a lato del mare, con sullo sfondo abbondanti hotel super lusso, principalmente per ricconi sauditi del golfo che vengono a spendere i loro petroldollari nella “occidentale” Beirut.

Tutti i negozietti che affollano questa zona hanno perlomeno una foto formato poster del loro ex-presidente, e non è strano vedere sfrecciare per la strada automobili suonando il clacson, inno nazionale libanese a tutto volume, bandiere bianche e rosse sventolanti e con la carrozzeria tappezzata di sue immagini.
Hariri è diventato all’improvviso un eroe e l’icona di un cambiamento che molti libanesi aspettavano per ribellarsi allo status quo delle cose che duravano dall’inizio degli anni novanta, ai tempi della fine della guerra civile, che sancì la presenza sul territorio libanese, attraverso accordi internazionali, dell’esercito siriano.

Tantissimi abitanti di Beirut portano sulla giacchetta un fiocco azzurro, simile a quello della lotta contro l’Aids, con la foto del defunto presidente sunnita.
Ma l’ex-presidente, elevato attualmente agli onori di eroe nazionale, oltre ad essere stato un benefattore per molti studenti che volevano studiare all’estero, è stato anche, imbarcandosi in un’avventura neo-liberale con l’appoggio dei sauditi, colui che per la costruzione della nuova Downtown, una fatiscente zona al centro della città che niente ha da invidiare per prezzi e glamour ai Campi Elisi parigini, ha contribuito in parte ad incrementare il debito di bilioni di dollari dello Stato libanese, ed ha espropriato, attraverso la sua organizzazione Solidere, appezzamenti di terreno a piccoli proprietari o abitanti di questa zona martoriata dalla lunga guerra civile.
Fra i libanesi circola la battuta che ogni bambino nasce con un debito di qualche centinaia di migliaia di dollari…Buongiorno Libano!Buongiorno mondo!

Ormai è passato un mese dal suo omicidio ed ancora le investigazioni brancolano nel buio, la zona del massacro è ancora sotto sequestro, il cratere provocato dalla bomba ancora rimane a cielo aperto e l’area è transennata e controllata giorno e notte dall’esercito.

Hariri si era dimesso a novembre dell’anno passato, dopo che il governo fantoccio manovrato dalla Siria aveva deciso di aumentare di tre anni il mandato del Presidente Emile Lahoud, cristiano maronita e filo-siriano, che per gli accordi di Taef del 1991 che posero fine alla guerra civile, deve essere alla presidenza della Repubblica (il Primo Ministro invece deve essere musulmano sunnita ed il portavoce del Parlamento musulmano sciita).
Da quel 14 di febbraio le manifestazioni di piazza e le concentrazioni di protesta si susseguono quasi a cadenza quotidiana, ed a ciò fa seguito un’inesorabile chiusura delle attività commerciali ed amministrative per la quasi totalità della giornata.
Musulmani sunniti, sciiti, drusi, cristiani maroniti, greci ortodossi, caldei, protestanti, armeni…risulta difficile in poche settimane sgrovigliare questa matassa composta di comunità confessionali di cui è farcito lo Stato libanese, e capire chi sta con chi e perché.

Ancora quando guardo in televisione i continui aggiornamenti sugli eventi che si susseguono e chiedo informazioni sull’uno e sull’altro politico, amici libanesi, per aiutarmi, me lo spiegano ricordandomi che uno è di Monday ed uno di Tuesday, in base ai giorni in cui abitualmente manifestano l’una o l’altra fazione.
In teoria la divisione nel contenzioso è fra la opposition, che riunisce in linea di massima sunniti, cristiani maroniti e drusi, e loyalist, gli sciiti principalmente, ma non solo, leali al governo manovrato da Damasco.

Quello che più contraddistingue le due parti è sicuramente la divisione sul ruolo della Siria nella politica del paese, da una parte la sua ritirata è il primo obiettivo, mentre dall’altra c’è un appoggio incondizionato alla sua presenza.
Una parte concentrata stabilmente giorno e notte, subito dopo l’omicidio di Hariri, con un accampamento in Piazza dei Martiri, adiacente al grande stand allestito dai seguaci dell’ex-presidente, dove è stato seppellito insieme alla sua scorta, e luogo di quotidiano pellegrinaggio per gli abitanti di Beirut, che vengono a pregare sulla sua tomba ornata di fiori e candele, e dove scorazzano una decina di colombe bianche.
Dall’altra parte, principalmente Hezbollah, il “partito di Dio”, musulmano sciita, con forti legami con Siria ed Iran, e che fa presa sulle persone più povere della società grazie alle sue organizzazioni caritative, principalmente nei sobborghi meridionali di Beirut e nel sud del paese, al confine con il “demonio” Israele, che con la sua lotta ha conseguito scacciare nel 2000 dalle terre libanesi.
Il partito di Hassan Nasrallah, segretario generale del partito, si è riunito con una concentrazione di centinaia di migliaia di seguaci a pochi metri dalla piazza dei Martiri, simbolo dell’opposizione.

Da quel momento sono cominciate le battaglie di cifre fra le parti, sulla qualità o quantità dei manifestanti, ed hanno cominciato a circolare mirabolanti racconti, come quella che voleva che fossero arrivati cinquemila autobus di sostegno direttamente dalla Siria, o del fatto che in piazza erano presenti un milione settecentomila persone, la metà degli abitanti dell’intero Libano…

Il dato di fatto è che quel martedì di marzo, prima manifestazione pro-governativa e pro-siriana, le strade della città erano completamente vuote, vuoi per la presenza massiva alla concentrazione, vuoi per il clima di tensione che aleggiava nella città, per paura che una scintilla potesse accendere pericolose ritorsioni alla fine del comizio. Le stesse ambasciate straniere erano arrivate a sconsigliare ai propri connazionali di non uscire in strada quel giorno.

Un altro dato di fatto è stato invece quello che la dimostrazione è stata completamente pacifica, nonostante i toni aggressivi contro gli invasori sionisti ed americani, e di ciò bisogna dare atto a Hezbollah, ed ai suoi seguaci, come prova di grande maturità politica: una realtà non completamente accettata dall’opposizione.
Certi toni radicali non mancano neanche nella “progressista” opposizione, dove alle manifestazioni di piazza è possibile riconoscere una certa quantità di personaggi vestiti completamente di nero, che all’inno nazionale alzano il braccio in stile nazi-fascista: sono i falangisti cristiani radicali, un’organizzazione paramilitare nata prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, che durante la guerra civile libanese si macchiò degli orrendi massacri dei campi di Sabra e Chatila, dove migliaia di rifugiati palestinesi furono barbaramente massacrati.

Ed io non ho potuto assistere che con raccapriccio a certe manifestazioni, soprattutto per il fatto di vederli contemporaneamente a fianco di giovani, ragazzi e ragazze multicolore che chiedono, bandiera libanese alla mano, un futuro di democrazia, convivenza nazionale e progresso.

Allo stesso tempo è continuamente sotto i propri occhi vedere sfilare per il centro mercedes ultimo modello con la bandiera libanese sventolante e clacson strombazzante, una visione certo non consueta.
La prima considerazione che mi viene alla mente è quella che, mentre un tempo Beirut era divisa tra Est ed Ovest in una guerra fratricida e confessionale, oggi questa divisione è forse più tra Nord e Sud, tra ricchezza, agi, centri commerciali fatiscenti, i ricchi quartieri di Verdun ed Achrafieh intrisi di uno stile di vita “occidentale”, contrapposto ad un Sud fatto di famiglie numerose, campi di rifugiati e sobborghi per nuovi immigranti provenienti dall’Asia.
Risulta particolarmente difficile capire questo paese dove sembra che non esista una vera classe media, ma dove predomina un invalicabile divario economico tra persone che vivono quotidianamente l’una accanto all’altra.

Beirut è contrasto allo stato puro; ci sono zone come Downtown, dove un caffè espresso può raggiungere il prezzo di ottomila lire libanesi, equivalenti alle nostre vecchie lire italiane, e mi chiedo in quali piazze europee si possa pagare tale cifra, ed a cinquecento metri di distanza magari un edificio ancora crivellato dai colpi di mortaio della guerra civile e completamente in disuso.
Tutto si può pagare in dollari con una certa consuetudine ed è una constatazione evidente che il dialetto libanese è farcito di vocaboli inglesi come please o sorry, che capita di sentire anche dallo speaker di turno alle immense manifestazioni di piazza.
Nonostante tutta questa differenza sociale la situazione di questo “evento storico”, che mette di fronte due modi di vita e culture differenti, non sembra particolarmente irrespirabile, anche se la presenza di transenne di cemento nei pressi di qualsiasi edificio governativo o ambasciate o banche internazionali, dell’esercito nelle strade armato di kalashnikov e di qualche carro-armato durante le manifestazioni, denotano una certa situazione di tensione.
Inoltre lo spettro della guerra civile, dove ci si fronteggiava casa per casa, è ancora particolarmente prossimo, neanche il tempo di una generazione è passato.

Anche tra i giovani esiste e si riscontra la tendenza ad evitare, in questi giorni, posti affollati come bar e discoteche della capitale, considerati possibili obiettivi terroristici, e si preferisce uscire in locali di Byblos o Batroun, rinomate località turistiche nel nord del paese, ma distanti solo poco meno di un’ora da Beirut.
Resta difficile capire in poco tempo una città come Beirut, un agglomerato di convivenza fra identità, culture e religioni il più delle volte in contraddizione fra di loro, e dove non è strano vedere ostentare scomodamente, da parte dei suoi abitanti, i propri segni di appartenenza identitaria, come la croce cristiana o la sciabola simbolo degli sciiti.

Ricordo di aver letto un articolo, poco prima dello scoppio della “primavera di Beirut”, in cui Hamid Dabashi, uno studioso del Medio Oriente che attualmente vive a New York, descriveva la città come “ancora patologicamente confessionale, ma in cui un qualcosa nel cuore del confessionalismo sta desiderando rifiorire e dare frutti di tolleranza religiosa”.
Probabilmente, la sensazione provata da Dabashi era nel giusto cammino, ed è questa forse la sfida più grande che sta vivendo la società libanese in questo periodo storico, a detta di molti unico nella sua specie, in cui si lotta per la “democrazia”, ed in cui i giovani, che principalmente popolano le piazze in questi giorni, credono fermamente in una evoluzione della società, imparando dagli errori di un passato ancora troppo vicino, e per un superamento delle contrapposte identità culturali.

Published on SabatoSera – BassaRomagna