Libano: si aprono le porte alla strategia della tensione

Martedì notte 30 kg di tritolo sono esplosi nel centro commerciale di Alta Vista a Kaslik, pochi chilometri a nord di Beirut, una zona a grossa prevalenza cristiana, causando tre vittime tra le guardie di sicurezza del centro e numerosi feriti.
Allo stesso modo meno di 72 ore prima, un’altra bomba è esplosa nel quartiere residenziale di New Jdeidh, anche questo tendenzialmente cristiano, in questo caso provocando solo numerosi feriti.
Poche ore prima era stato ritrovata una “fake-bomb”, un falso pacco bomba, di fronte alla casa del presidente della stampa libanese.

Tutti e tre gli attentati sono ancora senza rivendicazione, e risulta strano in un momento tanto delicato della vita libanese.
Entrambi gli attentati dinamitardi, azionati probabilmente da un detonatore con timer fissato in orari notturni, e quindi con scarsa o nulla presenza di persone, non sembra avessero come obiettivo quello di provocare una vera e propria strage indiscriminata di civili.

Intanto si cominciano ad accavallare le notizie, o leggende metropolitane, su altre bombe disinnescate vicino alla sede del Parlamento o all’interno dell’Università libanese, o si intensifica la psicosi collettiva di fronte a qualsiasi pacco, borsa abbandonata o macchina sospettosa.

Già dopo la morte del presidente Hariri, gli abitanti di Beirut avevano cominciato a disertare le zone più affollate. La glamourosa Downtown, con i suoi bar ed i suoi ristoranti dove un caffè può costare 6$, hanno cominciato a svuotarsi, lasciando spazio in ogni angolo ad agenti in uniforme o militari armati di kalashnikov.
I gestori stanno vivendo una crisi economica senza precedenti, dopo la fine della guerra civile nel 1990.
Gli stessi giovani della capitale, allarmati dalla minaccia di attentati, disertano in queste settimane la centrale Rue Monot, i cui locali sono il principale ritrovo notturno della città, e preferiscono le discoteche ed i bar di Byblos o Batroun, una cinquantina di km a nord di Beirut.

Dopo l’attentato che è costato la vita all’ex primo ministro, nonché grande uomo d’affari a scala mondiale, Rafiq Hariri, la situazione in Libano risulta ogni giorno più complicata ed incerta. Tutta l’opposizione compatta si affanna ad incriminare i servizi di sicurezza siriano-libanesi, che vogliono dimostrare l’instabilità del paese nel caso di ritiro delle truppe siriane.
Le truppe siriane, in base alla forte pressione interna libanese, ma soprattutto internazionale, grazie alla Risoluzione 1559 delle Nazioni Unite promossa da Francia e Stati Uniti, stanno ripiegando verso la Valle della Beeka, e sembra che sul territorio rimangano attualmente unicamente 11.000 effettivi. Anche i servizi di sicurezza siriani stanno evacuando i loro uffici sparsi un po’ in tutto il paese, ma soprattutto nella zona prossima al confine con la Siria. La stessa base di Beirut nel vecchio hotel Beau Rivage, sul lungomare della Corniche, che rappresentava fino a poche settimane fa uno spettro per la libertà di pensiero anti-siriano nella capitale, è stata evacuata e sostituito il personale da agenti libanesi.
Ma sono ancora in molti a pensare che per eliminare completamente la presenza dei servizi siriani dal Libano siano necessari non meno di quindici o venti anni.

Si può forse congetturare che tali attentati rispecchiano un vuoto di potere nel regime siriano? Di certo il presidente Bashar Al-Assad, salito al “trono” nel 2000 dopo diverse faide interne, non ha lo stesso carisma del padre Hafez, che aveva governato il paese con autorità per trent’anni, e non è strano che qualcuno possa approfittarne in questo momento tanto delicato per il paese. Una cosa che potrebbe indirizzare verso questa tesi è il continuo valzer di posizioni e dichiarazioni all’interno dell’opposizione libanese, sul ruolo del presidente cristiano, ma filo-siriano Lahoud.
Dopo averne insistentemente chiesto le dimissioni in seguito all’assassinio di Hariri, il politico druso che sta dirigendo l’opposizione Walid Jumblatt, nell’ultima settimana sta smorzando i toni nei suoi confronti, arrivando ad affermare che deve rimanere in carica fino alle elezioni di maggio, per non creare un vacuum politico.
Queste dichiarazioni seguono di pochi giorni il viaggio dello stesso Jumblatt al Cairo, dove si è incontrato con il presidente Mubarak, che sta cercando di prendere le redini del mondo arabo, e gioca un ruolo diplomatico fra le varie fazioni in disputa tra loro. Pochi giorni prima di quest’incontro il presidente egiziano era stato a Damasco per incontrarsi con il suo corrispondente siriano.

Da qui le probabili rassicurazioni da parte di Assad sul ruolo della Siria in Libano, pressato ormai da tutta la comunità internazionale e con numerose sanzioni economiche in processo di attuazione.
Intanto in terra libanese numerosi cittadini siriani sono stati uccisi, e si registrano quotidianamente atti di vandalismo nei confronti dei loro beni, nonostante l’indifferenza con cui si tratta tali notizie.
Il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, quantifica, in una recente intervista, di 20 o 30 i cittadini siriani morti dal giorno dell’attentato a Hariri, ed anche il quotidiano Daily Star riporta giornalmente notizie di atti violenti nei confronti di questa parte della popolazione libanese, soprattutto lavoratori emigrati.
La cifra è considerabile ed allarmante, ma di fronte ad altre questioni di maggior “importanza”, passa inosservata tra la cittadinanza.

Quindi, come possono considerarsi tutti questi atti, come le bombe in quartieri residenziali o centri commerciali in orari di chiusura, se non con una chiara intenzione di propagare una certa strategia della tensione, ed un’allarmante psicosi-bomba collettiva, in grado di far ritornare il pensiero ai tremendi anni della guerra civile?
Gli obiettivi fino a questo momento si sono incentrati sulla comunità cristiana, e si può quindi forse pensare al tentativo di riattivare quel conflitto confessionale tra musulmani e cristiani, che le manifestazioni di piazza cercano di sorpassare?
Attualmente visto che non sembra di interesse a nessuno, sia dal punto di vista politico-oligarchico che economico, accendere un’altra guerra civile, si può presumere che saranno presi di mira altri obiettivi “confessionali”?

Per le strade di Beirut già corrono voci “segrete” su luoghi, zone o quartieri dove è sconsigliato andare, e tra la gente non si riscontra troppa positività sul futuro prossimo. Si recrimina una mentalità ancora antica, di divisione fra le varie comunità, e di una solo apparente fratellanza creata con l’unico obiettivo di spingere la Siria fuori dal paese.
La strada da qui alle elezioni di maggio, di cui molti dubitano che effettivamente si svolgeranno, è tortuosa e pericolosa.
La speranza è che tutti questi interrogativi ed il pessimismo facciano spazio ad un futuro più roseo per il paese dei cedri.

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