Libano. Samir Kassir, quando muore un giornalista…

Qualcuno sostiene che non c’è stata una partecipazione massiva in segno di disprezzo nei confronti di chi ha commesso questo orrendo attentato, altri affermano che non molti libanesi lo conoscevano veramente, altri ancora dicono semplicemente che i partiti (o le comunità) non hanno voluto muovere le masse nel bel mezzo di un complicato processo elettorale che dovrebbe portare al potere le forze della cosiddetta “opposizione”, coloro che propugnano il cambio dopo il ritiro siriano dal Libano dello scorso aprile.

Forse, invece, è semplicemente sintomo della profonda frustrazione della popolazione libanese, poiché nonostante il ritiro siriano, considerato da tutti come la panacea per il futuro e fonte di ogni male passato, la situazione non stia evolvendosi come delineato e sperato. Molti si sentono imbrogliati dall’opposizione, o da chi li ha rappresentati durante le storiche giornate di piazza di questa primavera, perché hanno saputo solo cavalcare la “onda rivoluzionaria” a fini ed interessi personali.
La popolazione è ormai costretta a convivere con una sorta di tensione provocata dalle bombe “destabilizzanti”, ed allo stesso tempo con piccoli ma significativi screzi e provocazioni che stanno sorgendo tra le diverse comunità, con certe punte di violenza fisica e verbale.

Il processo elettorale allo stesso tempo si sta rivelando quanto di meno “rivoluzionario” possa una mente concepire, fra accordi politici tra vecchie e obsolete figure del passato, e con trasversali alleanze che, alla luce delle centinaia di migliaia di persone scese nelle piazze negli scorsi mesi, sembravano ormai un ricordo del passato.
Resta il fatto che al funerale di Samir Kassir, giornalista e pungente editorialista del quotidiano an-nahar, il numero delle persone presenti non era decisamente consistente: la gente a lui più prossima e cara, una grande maggioranza di studenti (principalmente alunni del corso che impartiva all’Università Saint-Joseph), una certa componente intellettuale libanese, i moltissimi giornalisti che affollano la città di Beirut, i rappresentanti politici dell’opposizione, ma non molte persone comuni, come quelle che presenziarono il funerale dell’ex primo ministro Rafiq Hariri e le successive dimostrazioni antisiriane.

Saad Hariri, da molti dipinto come colui che prenderà le redini del paese sulle orme del padre, è arrivato in clamoroso ritardo in piena cerimonia funebre, forse per motivi di sicurezza, ed ha ricevuto solo timidissimi applausi, al pari di Bahia Hariri, sorella dell’ex-premier; non altrettanto è stato per Walid Jumblat, il leader druso, grande amico del giornalista assassinato, cui aveva “regalato” alcune guardie private personali nei mesi anteriori, o per Gibran Tueni, direttore del quotidiano an-nahar, eletto nella circoscrizione di Beirut sotto la lista Hariri, che ha accompagnato la bara sulle spalle per i primi metri del corteo.
Le reali dimensioni del corteo funebre si sono rivelate solo quando, conclusa la cerimonia nella chiesa ortodossa di Downtown, nel cuore del patinato centro cittadino, il corteo si è incamminato, spogliato del grosso seguito di giornalisti, verso il quartiere cristiano di Achrafieh.
Meno di un migliaio di persone ha accompagnato la salma di Samir Kassir in un pacato mezzogiorno di giugno, per le strade pressoché vuote della capitale libanese, ed in un frastornante silenzio.

La commozione dei presenti è grande, molti sono i volti di giovani in lacrime, ma decisamente poca l’affluenza della gente nel portare l’ultimo segno di rispetto verso una voce libera della stampa libanese, nonché uno degli organizzatori dell’accampamento in Piazza dei Martiri, e promotore di “Independence 2005”.
Le stesse milione di persone scese in piazza gridando lo slogan “Siria out” avrebbero forse dovuto accompagnarlo anche in questo suo ultimo tragitto; lui stesso scriveva sovente taglienti articoli contro la presenza siriana in Libano ed allo stesso tempo contro la politica siriana in Siria, ribadendo sempre e costantemente di non cadere nell’errore di confondere la classe politica con la popolazione siriana, anche loro vittime, e vittime di attacchi “xenofobi”, se così si possono definire, nel Libano post-Hariri.

Sembra che dopo il ritiro formale siriano ad aprile, nel mezzo di una campagna elettorale intrisa di interessi politici e personali, non in molti si siano preoccupati di andare a portare rispetto ad una persona che ha contribuito fortemente al “cambio” di quest’anno.
Ora le sue foto, i suoi poster, oltre all’immensa gigantografia affissa all’entrata della redazione di an-nahar, campeggiano per le strade di Beirut, a lato dell’altro martire Rafiq Hariri, ma a lato anche delle usuali facce, più o meno conosciute, da campagna elettorale.
Per quanto tutti a Beirut approfittino di ogni incontro per parlare di politica con grande passione, ed è possibile denotarlo facilmente nei caffè o all’interno dei taxi collettivi, una certa disaffezione si può constatare dall’affluenza alle urne nella circoscrizione della capitale, dove le 19 poltrone a disposizione erano pressoché già assegnate prima delle consultazioni, e che si è rivelata al di sotto del 24%, magro risultato per un paese con tanta voglia di cambiare.

Nel mezzo di un processo politico elettorale, dove tutti stanno aspettando unicamente il risultato incerto delle montagne, del Jabal Lubnan, sembra che nessuno voglia turbare lo status quo delle cose, al meno fino alla fine delle consultazioni, dove sembra che l’opposizione della lista Hariri possa guadagnare la maggioranza, tra inconciliabili dispute interne e complicati valzer di alleanze anche con rappresentanti leali all’antico governo filo-siriano, fino ad un mese fa acerrimi nemici.
Sembra curioso, che proprio nei palazzi che attorniano il luogo dove era posteggiata l’alfa romeo bianca del defunto giornalista, fatta saltare in aria con millimetriche cariche esplosive che non hanno praticamente danneggiato le vetture circostanti e sintomo di un lavoro di grande professionalità, ricorrano affissi nei muri frequenti poster con l’invito al boicottaggio delle elezioni, indetto da alcuni rappresentati della comunità cristiana, in protesta nei confronti della “ingiusta” legge elettorale che favorisce l’antica classe politica al potere.

Una voce, una coscienza individuale che avrebbe forse dovuto muovere più persone, ma che invece ha ricevuto l’ultimo accorato saluto soltanto da una schiera di “pochi intimi”. Una persona, ufficialmente greco cattolico di confessione, palestinese di etnia, arabo di filosofia, francofono di educazione, difensore del popolo siriano, una voce isolata che non è riuscita a far breccia negli animi libanesi, che si sentono forse ancora una volta vittime del sistema confessionale e fortemente disillusi dall’ennesima pantomima politica.
Intanto ingenti forze dell’ordine sono pronte a sedare la “rivoluzione” che potrebbe scoppiare dopo la celebrazione della cerimonia funebre, ma niente più accade, i presenti sono lì per rivolgere l’ultimo saluto ad una persona che cercava di coscienzare gli individui, che aveva fortemente a cuore la salute del suo paese, una persona prima di tutto.

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