Libano. Febbraio 2006, un anno dopo

Intorno a Piazza dei Martiri ed al fatiscente centro cittadino, rimangono ormai solo mucchi di bottiglie vuote, fogli di giornale, lattine e gli operai della Sukleen, la compagnia nazionale libanese di pulizia delle strade. Li si vede arrivare, nelle loro tute verdi, ammassati a decine su camion con ringhiere e tetto aperto, e allo stesso modo se ne vanno, silenziosi come sono arrivati, dopo aver finito il proprio lavoro.

Fa un certo effetto vedere tante persone pigiate in un così piccolo spazio, con l’uniforme dello stesso colore, caricate su dei camion, pronte per tornare al campo base. Per lo più sono africani ed asiatici, ma sono molti anche gli immigrati siriani. Per loro non deve essere cambiata molto la vita nell’ultimo anno solare, dopo la morte dell’ex Primo Ministro Rafiq Hariri e gli innumerevoli eventi che ne sono susseguiti. Non sembra che la politica del paese li investa più di tanto, e non saprebbero scegliere tra la vecchia tutela siriana e la nuova indipendenza libanese. Come oggi, così un anno fa, allo stesso modo, erano nella stessa piazza a compiere il loro lavoro. Da quel 14 di febbraio del 2005 sono già passati 365 giorni, come scandisce il calendario elettronico installato all’entrata della tomba del defunto Hariri, e la popolazione è tornata a riversarsi per le strade e le piazze della capitale. Già dalla notte precedente le misure di sicurezza sono eccezionali, i controlli anche molto stretti per chi entra nel perimetro del centro città, e sono molti quelli che decidono di passare la vigilia dormendo sotto il tendone allestito nei pressi della tomba del loro antico leader. L’aria che si respira, già dalla mattina presto, è quella di festa.

Famiglie intere scendono in piazza munite di bandiere e gridando slogan ad alta voce, l’atmosfera è primaverile, il sole batte forte ed il leggero vento fa ondeggiare verso il mare le bandiere come solo faceva nelle giornate della primavera di un anno fa. Le bandiere, per questa volta, sono principalmente quelle nazionali, bianche e rosse con il cedro verde, scomparse magicamente negli ultimi mesi, come ne fu esempio in dicembre il funerale di Gebran Tueni, lasciando spazio a stendardi e vessilli che rievocavano l’identità politica confessionale più che nazionale. Ma fra tutti i colori presenti, spicca l’assenza di quello arancione, dei sostenitori del generale Aoun, conseguenza del recente accordo con il partito di Hezbollah, ormai nelle file della nuova opposizione.

L’atmosfera assomiglia moltissimo a quella del 14 marzo, data dell’mponente manifestazione cittadina che portò in piazza un milione di persone, ma si respirano alcune piccole differenze, sia quantitativamente che qualitativamente.

Le manifestazioni della primavera scorsa furono frutto di un certo sbottamento popolare a decade di autoritarismo siriano, e si poteva notare la spontaneità. Forse in questa giornata la speranza, l’utopia e l’illusione, di poter cambiare l’intero sistema in un giorno di mobilitazione, ha lasciato spazio alla stanchezza di un anno lunghissimo di eventi per lo stato libanese e per i suoi cittadini. Ma il risultato della manifestazione rimane comunque sorprendente, se si considera che sicuramente più di cinquecentomila persone hanno partecipato alle celebrazioni di quest’anniversario. Le settimane anteriori non lo presagivano e si contraddistinsero invece per il “terrorismo popolare” del pericolo attentati, e gli episodi relativi all’incendio dell’ambasciata danese, con i conseguenti incidenti confessionali, marcarono molto l’immaginario collettivo libanese.

Dopo aver manifestato per le strade sotto il lemma di Independence 2005, ora lo fanno sotto quello di Freedom 2006, il nuovo motto nazionale. La stessa storica Piazza dei Martiri, nominata in onore dei ribelli al dominio ottomano, vuole ora essere ribattezzata da certi nuovi leader, come Piazza della Libertà, scippando così alla storia collettiva la prima vera lotta di indipendenza nazionale nel diciannovesimo secolo. Anche i graffiti spontanei della primavera del 2005 sono completamente scomparsi. I muri son stati minuziosamente e appositamente ripuliti, ricordo di una “rivoluzione” popolare e spontanea, in un paese dove il tema della memoria collettiva è ancora difficile da affrontare e rimane appannaggio di una privilegiata classe politica. Mancano anche gli innumerevoli cartelli e poster come “Syria Out” o “Zoom out”, inneggianti al ritiro delle truppe siriane dal paese, simbolo ora di un obiettivo quasi raggiunto.

All’appello in Piazza dei Martiri mancano anche Samir Kassir, Gebran Tueni e George Hawi, figure di spicco della primavera passata, assassinati dalla stessa simile codarda bomba senza nome e rivendicazione. Sono invece presenti, ed insieme pubblicamente per la prima volta, Saad Hariri, Walid Jumblatt e Samir Geagea,quest’ultimo liberato dal carcere grazie all’ennesima amnistia ad hoc, che rifiuta di mettere sul banco degli imputati coloro che insanguinarono il Libano in quei terribili quindici anni di guerra civile. C’è da scommettere che il solido “trio” riapparirà spesso sulla scena politica nazionale, in nome di un interconfessionalismo che spesso risulta troppo retorico nella sua ricerca della verità sull’omicidio dell’ex leader Rafiq Hariri. Saad Hariri è tornato in Libano dopo mesi di autoesilio tra Francia ed Arabia Saudita, per pericolo di un attentato alla sua vita, principalmente per partecipare all’anniversario del padre.

Lo stesso vale per Jumblatt e Geagea, rinchiusi per motivi di sicurezza nei loro palazzi, con sporadiche uscite da quando fu assassinato Gebran Tueni in dicembre. Tutti e tre hanno preso i propri rischi, rischi non certo fittizi, e sono scesi a Piazza dei Martiri, parlando ai loro sostenitori dietro un vetro anti-proiettile che ricordava molto quello usato dal generale Aoun, nel suo primo discorso alla popolazione, dopo il ritorno dall’esilio, in maggio.

Il “Generale” è sicuramente il grande assente della giornata. I discorsi dei leaders sono pungenti e quasi congiunti. Si richiama all’unione interconfessionale, in nome dell’indipendenza nazionale, ma si accusano anche senza mezze parole sia il Presidente Emile Lahoud sia Bashar Assad, spostando così il baricentro della manifestazione verso un forte sentimento antisiriano, intriso di forte connotazione politica per la commemorazione di un defunto. A questo punto, concluse le parole, rimangono solo gli inni nazionali, ed i manifestanti cominciano a lasciare la piazza alla spicciolata. Ognuno prende la sua direzione di ritorno verso casa, verso un territorio ancora marcato confessionalmente.

Nonostante i passi da gigante che sono stati fatti nell’ultimo anno solare, per l’ottenimento di una reale indipendenza nazionale, delle quali si sono poste discrete basi, quello che più ha vinto è stato forse il confessionalismo politico, ed il ritorno identitario verso la comunità di appartenenza. Imprevedibile, e vittima di un fragile equilibrio, rimane ancora il futuro libanese.

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