Ciak. Sbarco forza d’interposizione italiana. Libano. Buona la prima.

Seduti sul sofà di casa con la televisione accesa, le immagini che ci vengono proposte sono quasi epiche. Uomini in nero, “lagunari” armati di tutto punto, gommoni che sfrecciano fra le onde di un Libano che in Occidente è sempre sinonimo di guerra, caos e terrorismo. Ma è anche curioso vedere il contorno di un evento mediatico internazionale come quello dello sbarco italiano sulle coste del Libano. Lo sbarco è qualcosa di forte e simbolico allo stesso tempo. L’attuale stampa mondiale e le truppe italiane del contingente ONU in Libano, lo sanno benissimo. Uno sbarco cattura l’attenzione del pubblico televisivo, più d’ogni altra cosa. Peccato che la realtà quotidiana sia differente. L’approdo italiano è stato accolto con indifferenza dalla popolazione di Tiro, che ha preferito ripararsi dal caldo gettandosi nell’acqua cristallina delle spiagge libere, ed ignorando quasi totalmente gli elicotteri che scorrazzavano sulle loro teste. Sì, perchè lo sbarco è programmato alla Rest House, un noto e privato club balneare della città del sud del Libano. Molti dei giornalisti internazionali è qui che alloggiano, ed è da questi piccoli chalet con entrata sulla spiaggia che hanno seguito tutte le fasi della guerra estiva del 2006. Confortante. Il campo base per una volta è diventato il punto di trasmissione. Non c’è bisogno di spostarsi con automobili dotate di cubitale scritta TV sul parabrezza. Basta stropicciarsi gli occhi, lavarsi la faccia ed in cinque minuti ecco che i primi italiani impavidi approdano al resort. Stato d’allerta. Con fare nervoso e facce irrigidite, i “nostri” soldati si allineano conquistando i gazebo di paglia, che spartiranno poi coi giornalisti. Sole d’agosto. Spiaggia bianca. Con le telecamere accese non si possono dare segni di cedimento. Allerta. Ci possono attaccare. Dubito. C’è anche una delle quattro soldatesse della spedizione. All’arrembaggio. Flash. Una donna fra cento uomini fa misoginamente notizia. Fa un certo effetto vedere che ci sono sicuramente più giornalisti che soldati italiani gonfi di timore ed adrenalina. Un connubio interessante. Fra stampa e televisione c’è n’è per tutti i gusti. Dall’inviato mainstream, che spera in un possibile allargamento della guerra, magari all’Iran, per continuare a lavorare nell’area ( deformazione professionale), ad improvvisati free lance da turismo di guerra con Lonely Planet alla mano e poche idee di cosa sia il Libano. Questo è in linea di massima ( chiaramente c’è una buona minoranza di bravissimi giornalisti) quello su cui dobbiamo riflettere quando guardiamo le notizie da casa. Intanto, sfortunatamente, lo sbarco si è dovuto spostare in una spiaggia vicina, per colpa di quello che è stato definito “mare mosso”. Pigra delusione. Muoversi. Bene. Speriamo che i “nostri” non debbano mai compiere un serio sbarco di guerra. Meglio lo sbarco reality.
Published on SabatoSera – Bassa Romagna