La “vittoria divina, storica e strategica”


Il tempo scorre, sono quasi le cinque, l’ora in cui secondo indiscrezioni farà la sua apparizione Hassan Nasrallah, ma migliaia di persone ancora stanno cercando di entrare nel recinto allestito da Hezbollah per celebrare la “vittoria” contro Israele. Proporzionalmente al passare dei minuti e l’approssimarsi dell’ora stabilita, si alzano gli occhi verso un cielo già cosparso di palloncini con i colori del Libano. Gli occhi e gli indici verso l’alto si moltiplicano sempre di più alla ricerca di quel possibile attacco aereo il cui rischio è stato preventivato dai manifestanti accorsi in questo venerdì di fine settembre alle porte del Ramadan. Ma di aerei israeliani neanche l’ombra, nonostante siano moltissimi quelli che si sbracciano indicandone continuamente la presenza. In effetti, la tensione, dovuta alla possibile rappresaglia israeliana, è palpabile nell’aria. Ma si sente anche la voglia di veder ricomparire in pubblico il proprio leader, sfidando un’altra volta Israele e facendo così da suggello ad una vittoria ancora più dolce. Tutti infatti sanno, fin dalle prime ore del mattino, che Hassan Nasrallah apparirà sicuramente in pubblico, la gente non dubita minimamente e non accetterebbe un semplice messaggio registrato. I dubbi sulla sua presenza nei giorni precedenti la manifestazione sono ormai ricordo di chiacchiere da bar.

E così si è presentato, in un’arena che ha accolto centinaia di migliaia di persone, con variazioni di colori dal giallo di Hezbollah, al verde di Amal, alla sparuta presenza arancione del generale Aoun, e da piccole chiazze di nero e rosso, del Partito Sociale Nazionale Siriano e di quello comunista. Curiosamente anche qualche multicolore bandiera venezuelana, dopo che nei giorni scorsi erano apparsi alcuni manifesti inneggianti a Hugo Chavez, per il suo supporto alla resistenza libanese. Per il resto, non molte bandiere libanesi. Sembra che la festa sia della propria resistenza di Hezbollah, e che se la voglia tener ben stretta. La resistenza contro Israele è stata di Hezbollah, ed è questo quello che si celebrava oggi. Di Hezbollah e di quelle persone che gli hanno dato appoggio politico e morale. Un bagno d’euforia quindi, che è stato controllato da un ingente servizio d’ordine interno, con innumerevoli posti di controllo prima di accedere al recinto. Le migliaia di sedie di plastica preparate i giorni precedenti servono solo per il prologo, con l’arrivo del leader di Hezbollah la folla è in piedi ed al massimo le usa come mezzo per meglio vedere il proprio indiscutibile idolo.

È stata una festa, una festa per i suburbi di Beirut soprattutto, quelli che insieme al sud del paese hanno più sofferto i bombardamenti estivi. La festa si è estesa per tutto il sud della capitale libanese, riempiendola di bandiere, clacson, canzoni militanti e musica assordante, ma svuotando le altre zone della città che presentavano l’aspetto di una spettrale domenica estiva beirutina.

Nasrallah è stato duro, Hezbollah non si disarma nelle condizioni in cui si trova attualmente lo stato libanese, nessuno li può disarmare. Nonostante nei giorni precedenti l’opinione pubblica ipotizzasse che il discorso di Nasrallah avrebbe delineato una possibile “road map” libanese, c’era da aspettarselo che il discorso avrebbe preso una direzione dura, robusta e arcigna.

La coreografia dell’arena è guerresca. Non ci sono questa volta le immagini dei palazzi distrutti, dei bambini ammazzati dalle bombe, o dei funerali dei martiri, che erano quotidiano scenario visivo nel dopo guerra. Oggi si celebra una vittoria e le immagini che si presentano sono quelle dei soldati israeliani morti in un attacco o delle azioni più prestigiose. Nello sfondo del palco campeggiano quattro gigantografie che dichiarano che con il fuoco è stato difesa rispettivamente “la nostra terra, il nostro cielo e la nostra acqua. Fuoco, terra, cielo ed acqua. Ellenicamente, gli elementi rappresentano tre scene di guerra, con il fuoco, in primis, simbolizzato da una batteria di katiuscia pronta al lancio.

La festa della vittoria divina, e qualsiasi manifestazione di piazza negli ultimi tempi, si trasforma regolarmente in un implicito foglio di via per il governo di Fuad Siniora, in nome di un nuovo governo d’unità nazionale. Da una parte i manifestanti, cantando cori contro il premier, anche se zittiti spesso dalla sicurezza interna del partito sciita, che viene invitato letteralmente ad andarsene. Dall’altra parte il discorso di Hassan Nasrallah, che non ha evitato di pizzicare le lacrime di Siniora durante la guerra, già frutto di critica da parte di Israele, e che quindi ormai hanno ricevuto le attenzioni di entrambi i contendenti del conflitto di agosto. Contorno sonoro di tutto il discorso, gli ululati da parte del pubblico alla pronuncia del nome di Condoleza Rice.

Questa è stata l’atmosfera della festa per la vittoria divina, storica e strategica. Il problema è che non tutti condividono in Libano il fatto che si dovesse celebrare una vittoria, e sono molti quelli che vedono nella guerra d’agosto una chiara sconfitta dello stato libanese, e del suo “arretramento” di quindici anni.

Già si dice che le Forze Libanesi stiano preparando un evento simile questa stessa domenica a Harissa, per controbattere alle centinaia di migliaia di persone accorse alla festa della vittoria divina. Lo stesso successe l’otto ed il quattordici marzo del 2005 nello scenario della cosiddetta “rivoluzione dei cedri”. Quelle due manifestazioni sancirono chiaramente la divisione del Libano in due blocchi, e la nascita del nuovo ordine post-Hariri. Cosa provocherà questa nuova “battaglia” a suon di manifestanti, lo scopriremo presto.

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