“killo al-hhaq a’ala el-arman“, ovvero “tutta la colpa è degli…armeni”


Cronaca di una giornata elettorale nel Libano cristiano.

Sono 418 i voti di differenza che alla fine della lunga notte di agosto divideranno il candidato aounista Camille Khoury e l’ex Presidente della Repubblica libanese Amin Gemayel. Una sfida che aveva già assunto nelle settimane precedenti un valore simbolico, scatenando una vera e propria “battaglia” tra cristiani libanesi per accaparrarsi il feudo del Metn e per dimostrare la vera leadership cristiana.

Da una parte il semisconosciuto Camille Khoury a rappresentare la coalizione formata dal Movimento Patriottico Libero di Aoun, lo zaim greco-ortodosso Michel Murr e lo storico partito armeno del Tachnag. Dall’altra parte lo zaim Amin Gemayel con la sua roccaforte di Bikfaya, appoggiato dalle Forze Libanesi di Samir Geagea e dalla coalizione governativa del 14 marzo.
Se nella serata di domenica ancora i risultati erano incerti, entrambi i candidati già annunciavano fragorosamente la propria vittoria, ed all’indomani, risultati ufficiali alla mano, le posizioni cambieranno con poche sfumature.

Nella giornata che segue il voto elettorale, la solida e consolidata equazione libanese “nessun vincitore, nessun vinto”, sempre utilizzata alla fine di una disputa politica, si è magicamente tramutata in “tutti vincitori”. Questa è stata la reazione sia del “vincitore ufficiale” Aoun che del “vincitore nazionale” Amin Gemayel. Se da una parte si invoca la vittoria elettorale, dall’altra la “sconfitta” si tramuta in una vittoria dei cristiani e della loro rappresentazione nella regione del Metn, con speciale riguardo verso la comunità maronita. Le conferenze stampa del lunedì di Amin Gemayel e Michel Aoun lo confermano. Ragionamenti difficili da seguire. Il concetto di vittoria si relativizza ed assume una flessibilità sorprendente. Come già avvenne il 14 agosto dello scorso anno, alla fine della guerra tra Israele ed Hezbollah, con il paese dei cedri, ad un anno di distanza, ancora costretto a leccarsi le ferite.

Tramutare le sconfitte in vittorie non esime dal trovare un capro espiatorio per i propri mali. Colpevole numero uno sembra essere questa volta la comunità armena ed il partito del Tachnag, che ha fatto tendere la bilancia verso la coalizione di Michel Aoun. In un’era di comunitarismo sfrenato, di “o con noi o contro di noi”, la percezione di un’intera comunità può trasformarsi radicalmente nell’arco di poche ore. Senza tralasciare quella certa tendenza a rivelare un’idea di una cristianità di prima e seconda categoria che scaturisce dalle parole delle forze governative.

Si parla di cristianità in questa domenica di agosto. L’altro seggio in ballo, a Beirut, per rimpiazzare il “martire” sunnita Walid Eido, si è trasformato in un plebiscito per la Corrente del Futuro di Hariri. Un plebiscito che ha visto però un’affluenza minima alle urne del 18%.

A parte la calma della Beirut musulmana, in tutto il Metn e nella parte orientale della capitale, si è respirato un’atmosfera da finale dei mondiali di calcio. Caroselli di macchine straripanti, bandiere, clacson, musica e fuochi d’artificio. Nella confusione degli informali exit-pool difficile era capire chi fosse il vincitore, e la quantità di bandiere e supporter nelle strade rappresentavano l’unica pista utile. Alla fine la spunteranno “ufficialmente” gli arancioni di Aoun, che nella notte si raduneranno nel quartiere beirutino di Jdeide per celebrarlo, rinforzati dai seguaci di Amal ed Hezbollah, scesi dalla banlieu scandendo l’ormai tradizionale slogan “Dio, Nasrallah e tutto Dahye” (il suburbio bastione di Hezbollah).

Le modalità rimangono però le stesse, nonostante entrambe le forze si sforzino di definire la democrazia come il vero vincitore di questa domenica d’agosto. Necessario spezzare un’unica lancia verso la pressoché assenza di problemi di ordine pubblico, considerato però anche l’ingente spiegamento dell’esercito. Gli attivisti del LADE (Lebanese Association for Democratic Election), riconosciuta ufficialmente dal governo per monitorare le elezioni, si aggiravano a gruppi per le strade del Metn in pettorina blu. Il giorno seguente hanno rilasciato un comunicato stampa sullo svolgimento delle elezioni che si può riassumere in tre frasi: pressioni da parte di membri delle circoscrizioni elettorali, falsificazione di tessere elettorali e nomi di votanti con più di 100 anni di età sulle liste.

I costi della campagna elettorale devono essere stati alti per entrambi i candidati che normalmente in queste occasioni organizzano convogli per raccogliere le persone per portarle ai seggi o offrono “piaceri” in cambio di un voto. Rumori difficilmente dimostrabili, ma che sono ormai diventati un’imparziale realtà libanese, e che fanno da sfondo ad una campagna elettorale che ha giocato molto sull’onore, il sentimento ed il rispetto verso il “martire” Pierre Gemayel.
I seggi elettorali si presentavano decisamente “monitorati” da aounisti e falangisti in una sorta di bilanciamento elettorale, con corrispettivi banchetti, poster e bandiere. Il verde onnipresente dell’esercito ha dato colore e al costante contrasto bianco-arancione.

Entrambi i blocchi sembravano sapere, attraverso fonti segrete ma sicure, ed a processo elettorale in corso, di “avere il voto del 75% dei cristiani” o di “aver vinto con uno scarto fra 6000 e 10.000 voti”. Dichiarazioni che giocano sulle masse a livello mediatico-propogandistico, ma che fanno traspirare anche il sapore della frode.
Non sono mancate le rappresentazioni di scene dal film il “Padrino”, di cui la processione di persone che scende a portare rispetto e supporto al “beit zaim”, la casa del capo-villaggio, è senza dubbia la più acclamata.
In nome della democrazia tanto propagandata e difesa a spada tratta da entrambi le parti politiche, tali immagini dovrebbero far riflettere i cittadini libanesi.

La parvenza di libertà democratica che giocano entrambe le parti in Libano, il basso scarto elettorale finale e le continue e populistiche accuse reciproche, dovrebbero portare a reinserire per decreto ministeriale quel concetto di autocritica rifondatrice che sembra ormai scomparsa dalla incandescente scena politica libanese.

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