Promesse


“Una colossale sorpresa che può cambiare le sorti della guerra e della regione”. È questa la promessa che Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, ha lanciato martedì notte nel caso dello scoppio di nuove ostilità sul fronte israeliano, di fronte a migliaia di manifestanti che assistevano alle celebrazioni per il primo anniversario della “vittoria divina” nella periferia della capitale libanese.

A differenza di quanto accadde lo scorso settembre, quando il sayyed Nasrallah comparve in prima persona per celebrare la vittoria divina con la propria gente, martedì notte ha preferito, per ragioni di sicurezza, proiettarsi dal maxischermo installato a dahyia.
Anche la banlieu di Beirut non è più quel panorama di distruzione che si presentava un anno fa, ma si alternano ora spazi vuoti e cantieri per la ricostruzione, specialmente nelle zone di Haret Hreik e Bir el Abed, antiche sedi del quartiere generale del partito sciita.
Le strade dei suburbi sono tappezzate di manifesti con la parola waad, promessa, di un futuro migliore e di una casa che gran parte della popolazione ha perso l’estate scorsa. Waad è infatti il nome della nuova compagnia creata appositamente per la ricostruzione dei suburbi, e ramo di Jihad al- Binaa, impresa edilizia di bandiera di Hezbollah. Non poche sono le voci critiche verso quella che è stata definita la nuova Solidere, con riferimento alla compagnia dell’ex primo ministro Rafic Hariri che ricostruì, alla fine della guerra civile, il centro città della capitale, distruggendone quasi completamente la memoria storica. “Al-waad al-sadiq”, la fedele promessa, è nata lo scorso giugno e sta lavorando autonomamente nella ricostruzione delle periferie, sotto l’egida del partito sciita e fuori dal controllo statale.

Immersi in questa atmosfera di promesse, i sobborghi della capitale hanno cominciato a celebrare la vittoria divina già dal primo pomeriggio, con fuochi d’artificio, shebeb in corteo su motorini a tutto gas e cortei di macchine imbandierate e strombazzanti.

L’appuntamento è in prima serata, alle 20.30, momento in cui il leader Hassan Nasrallah, nome di battaglia Abu Ali, teletrasmetterà su maxischermo il suo accorato discorso al popolo libanese. Ad ascoltarlo sarà una moltitudine di persone, donne e uomini, rigorosamente separati da un cordone di sicurezza, composto anch’esso di uomini e donne. Non sarà la stessa folla oceanica dello scorso 23 settembre, uscita per la prima volta allo scoperto dopo la guerra estiva per celebrare la resistenza sciita, ma il colpo d’occhio resta impattante.

Il discorso di Nasrallah ha il suo punto di forza nella promessa fatta ad Israele, che assomiglia tanto a quella tattica della deterrenza tipica della guerra fredda. Poca politica interna, un inequivocabile appoggio all’esercito libanese, un’evocazione storica del fondatore del movimento sionista Theodor Herzl, e molto amore per le masse, con un dettagliato resoconto delle spese per la ricostruzione ed un velato attacco al “corrotto” governo Siniora. Un’invocazione alle masse arabe, musulmane, in nome di quella vittoria divina che gli ha permesso di alzare la testa dopo una lunga epoca di sofferenze.
Assente, o quasi, dalle parole del leader e dalla manifestazione di dahyia, la popolazione cristiana libanese, nonostante l’importante alleanza interna con il generale maronita Michel Aoun.

Ad un anno dalla “vittoria divina”, il grande capo della comunità cristiana, il patriarca Nasrallah Butros Sfeir, ha invece ricevuto Jeffrey Feltman, il sempre impegnatissimo ambasciatore americano con la passione per le visite ai leader locali. Si parla di una visita ufficiale per esprimere gli auguri dell’annunciazione, ma si specula su un possibile accordo sull’annunciazione del candidato “americano” alla presidenza della Repubblica libanese. Un incontro che ha il sapore di un tentativo di appianare la situazione di stallo interna, che si sta facendo sempre più incandescente. A surriscaldare lo scenario, soprattutto la “disponibilità” data nei giorni scorsi da parte del comandate dell’esercito Michel Suleiman di portare avanti una presidenza di transizione, nel caso non si giungesse ad un accordo entro il 23 novembre, giorno in cui l’ormai invisibile Emile Lahoud dovrà lasciare Baabda.

La disponibilità di Suleiman lascia ora perplessi molti libanesi, soprattutto tra le file del blocco del 14 marzo, ma anche fra quelle forze dell’opposizione che senza remore vedono unicamente Michel Aoun come nuovo presidente. La proposta di Suleiman è arrivata di pari passo con la dichiarazione dello stesso sull’estraneità della Siria, o di certe correnti libanesi, dietro la milizia di Fatah al-Islam, che ancora, dopo quasi tre mesi, e sembra una disponibilità di armi illimitata, sta sopravvivendo nel campo assediato di Nahr el Bared. Dopo l’uscita allo scoperto di Suleiman, i libanesi sembrano essersi risvegliati dal lungo letargo dell’orgoglio nazionale per l’esercito; ed ora cominciano a speculare sui possibili legami del nuovo pretendente al trono cristiano con la Siria, considerato anche che rivestì tale carica durante il “protettorato siriano” in Libano.

Le celebrazioni della “vittoria divina” si chiudono con un provato ed accalorato Nasrallah salutando le masse ed inneggiando alla moqawama, la resistenza, e con l’insolita immagine dell’esercito nazionale libanese che presidia la zona attorno ai suburbi quasi spalla a spalla con il servizio interno di Hezbollah.

I manifestanti si riversano in massa per le strade della capitale a celebrare una vittoriosa serata di promesse. Probabilmente quando si risveglieranno dalla “sbornia”, resteranno solo le ormai consuete poche speranze per la sempre più travagliata vita quotidiana.

Published on Makan3am